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COME VIVREMO IN UN PROSSIMO FUTURO? | How will we live in the future?

inaugurazione sabato 30 maggio ore 19.00

A cura di

Adolfina de Stefani con la collaborazione di Guenda Mai 

Durante la presentazione sarà data vita ad una azione performativa dal titolo “Cento centimetri ” dove saranno coinvolti tutti i presenti.

I performers sono invitati a produrre un’azione forte che rifletta lo stato emotivo suscitato da questo lungo periodo di imposizioni.

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Cento Centimetri
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Cento Centimetri

www.visionialtre.it

 COME VIVREMO IN UN PROSSIMO FUTURO? | How will we live in the future?

9 maggio – 15 ottobre 2020

A cura di

Adolfina de Stefani con la collaborazione di Guenda Mai

 

COME VIVREMO IN UN PROSSIMO FUTURO? | How will we live in the future? 

Gli artisti che ne fanno parte, sono i protagonisti di una nuova stagione artistica che avrà come inizio il 9 maggio giorno dell’inaugurazione alle ore 19.00.

VISIONI ALTRE Campo del Ghetto Novo 2918, 30121 VENEZIA.

Un’avventura che inizia con la presentazione di opere di vario genere ma tutte con un denominatore comune e che avrà il suo consolidamento con una serie di incontri e azioni che ci permetteranno di cogliere le tante sfumature del tema proposto attraverso la lente di artisti differenti, impegnati nella ricerca e nella sperimentazione su tutti i fronti.

  • COME VIVREMO IN UN PROSSIMO FUTURO? | How will we live in the future? 

La mostra, a cura di Adolfina de Stefani con la collaborazione di Guenda Mai, è liberamente ispirata alle tematiche della 17° Biennale di Architettura di Venezia.

Prendendo spunto dal significato del titolo scelto e dalle parole del curatore dell’evento veneziano: “In un’epoca nella quale «Abbiamo bisogno di un nuovo contratto spaziale. In un contesto caratterizzato da divergenze politiche sempre più ampie e da disuguaglianze economiche sempre maggiori, chiediamo agli artisti di immaginare degli spazi nei quali possiamo vivere generosamente  insieme come esseri umani che, malgrado la crescente individualità, desiderano connettersi tra loro e con le altre specie nello spazio digitale e in quello reale; insieme come nuove famiglie in cerca di spazi abitativi più diversificati e dignitosi; insieme come comunità emergenti che esigono equità, inclusione e identità spaziale; insieme trascendendo i confini politici per immaginare nuove geografie associative; e insieme come pianeta intento ad affrontare delle crisi che richiedono un’azione globale affinché possiamo continuare a vivere”.

L’artista è posto di fronte ad una rinnovata responsabilità: quella dell’uomo, il suo rapporto con la natura, con l’ambiente, con la società che mai come in questo momento particolare il mondo intero sta vivendo, ed è chiamato a dare delle risposte, a delle soluzioni a dei cambiamenti se non vogliamo l’estinzione dell’essere umano sulla terra.

Oltre alla pittura e ai linguaggi tradizionali, ampio risalto è dato alla sperimentazione, mediante performances e happenings in cui il variopinto e surreale mondo di oggi sarà esplorato profondamente coinvolgendo nel medesimo spazio espositivo pubblico e artisti.

A partire da Adolfina De Stefani, che è l’anima di VISIONI ALTRE, abbiamo voluto raccogliere in questo lungo appuntamento tutte le esperienze degli artisti restituendo un senso di respiro nazionale e internazionale a chi ne fa parte, e in particolare a tutta la città di VENEZIA.

Grazie agli artisti, che VISIONI ALTRE è potuta diventare un contenitore sinestetico di emozioni e linguaggi, sempre all’insegna di quella sperimentazione che dal dopoguerra ad oggi non ha mai smesso di affascinare chi vuole avvicinarsi all’arte contemporanea in tutte le sue espressioni.

Artisti presenti:

Sergio Boldrin | Storie e colori del desiderio.

Gesto pittorico e teatrale di un artista che si muove con i colori cogliendo con l’istinto e con pennellate nervose attimi sfuggenti di una città che cambia, e che l’artista essendo veneziano di nascita subisce nel suo quotidiano il cambiamento. L’artista in città lavora da mascheraio fin da giovanissimo cogliendo tutti gli espetti culturali della sua Venezia.

Alessandro Bestiani | Il paesaggio urbano

L’artista è affascinato dalla luce e dai colori della città,  concentrandosi sui maggiori monumenti, sul fascino che esercitano di giorno con la luce del sole e di notte con le luci artificiali. I paesaggi urbani rimandano ai suoi stati d’animo, molto mutevoli che lo indirizzano ogni volta ad eseguire opere diverse, sia nella scelta del soggetto che nella tecnica di esecuzione. L’artista utilizza diverse tecniche quali: acquerello, olio, grafite, china , pastelli, matite colorate concentrandosi sempre sulla ricerca d’emozioni.

Alessandro Bestiani nasce a Milano il 29 Giugno del 1957, la sua passione per l’arte ha inizio all’età di 7 anni quando vede per la prima volta il padre dipingere.
Ha seguito per diversi anni corsi d’arte: sei anni di disegno, cinque anni di acquerello e tre anni di pittura ad olio. L’artista ha studiato a Milano dove ha vissuto l’entusiasmo creativo e produttivo degli anni 70-80.

Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani | “PLATANUS OCCIDENTALIS”

“Io amo molto gli alberi” ecco la frase frequente di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani artisti e performer che in questa occasione presentano “ALBERI” Quercus Ilex e Platanus Occidentalis. Ancora una volta la natura sovrasta la visione e il pensiero poetico dei due artisti. La nudità della natura, lo scheletro dell’albero diventa per gli artisti indagine sul corpo fisico e la condizione della natura stessa che opera a favore per il rinnovamento. Trattano i loro alberi come dotati dei mutevoli umori. Li trattano con simpatia, con passione, con pazienza e impazienza, e anche con ironia. Attenti e sensibili alle loro capacità di mutazione, benché dicano “L’albero è superiore ad ogni tentativo di trasformazione”, intendendo però che all’uomo non è lecito piegare gli alberi e altri viventi alle sue voglie di trasformazione. La natura umana stessa è ricca di potenzialità trasformative.

Il sodalizio tra i due performer e artisti contemporanei Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani nasce nel 2000 ed è caratterizzato da una sorta di nomadismo operativo che li vede impegnati in una esplorazione parallela nei numerosi percorsi dell’espressione artistica. Apprezzati esponenti nello scenario della cultura artistica sia in Italia che all’estero, la loro espressione si articola attraverso la performance, l’installazione e la ricerca multimediale, con particolare attenzione alle tematiche attuali. Emergono con estrema chiarezza le azioni di carattere universale con l’intento di favorire l’incontro del grande pubblico con i linguaggi contemporanei.

Elena Greggio, Sogni e inquinamento.

Visioni/previsioni del futuro, intesi come conseguenza dei cambiamenti climatici e della sovrappopolazione (e il relativo impatto ambientale). Una serie di lavori a metà tra il sogno inteso sia come “desiderio” di conservazione dell’ambiente, sia come “visione onirica” e l’inesorabile impatto della realtà nel quotidiano. Un tempo, al centro della sua produzione c’era la figura umana, soggetto che ha completamente abbandonato in questa fase creativa per dare respiro a territori e paesaggi ideali, desertici o antropizzati. I suoi lavori sono caratterizzati dall’utilizzo della carta, sia essa pregiata e sottile come quella di gelso o di riso, sia essa di recupero, come ad esempio uno scarto di stampa serigrafica/tipografica o una pagina di quotidiano. Elena Greggio è nata a Padova nel Dicembre del 1973. Si è diplomata in Architettura al Liceo Artistico nel 1991 e Laureata a pieni voti in Pittura, all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1995. Sì è specializzata in Architettura d’Interni e In Fashion Design. Vive e Lavora a Padova, dove si dedica alla Pittura e alle tecniche incisorie, quali linoleografia e xilografia. Espone ed ha esposto in: Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Austria, Bosnia Herzegovina, Cile e Portogallo.

Giulio Malfer | COME VIVREMO IN UN PROSSIMO FUTURO

Se lo chiedi oggi, alle persone recluse nei loro appartamenti, ti risponderanno che vorrebbero vivere nè più nè meno come prima dell’arrivo della peste anno 2019.  Questa è la massima speranza per quando tutto sarà superato. La nuova ripresa dopo la grande paura. Tutto dovrà tornare come prima più di prima per cancellare la memoria di quello che abbiamo vissuto.  E poi…   Ci ritroveremo sempre più chiusi dentro il nostro respiro. Obbligati alla solitudine dal distanziamento sociale. Costretti a una mobilità, controllati da un’app algoritmica. Semplici spettatori di una natura che rinasce. Un pianeta che non abbiamo voluto capire e che prosegue la sua vita oltre noi.  E’ quello che abbiamo visto in questi giorni. Abbiamo avuto la fortuna di vedere il futuro, come uno sciamano, sotto l’effetto di sostanze allucinogene, vede la sorte che incombe. Giulio Malfer è nato a Rovereto Italy. Studia Agraria all’Università di Padova e Architettura all’Università di Firenze, dove frequenta il corso di fotografia alla Scuola Internazionale “f 64” e, sempre a Firenze, frequenta il corso di fotografia di moda diretto da Leonardo Maniscalchi.

Elisabetta Marchese |Nero ma non troppo

L’artista analizza il colore delle tenebre che in questo momento particolare è diventato il colore della paura, del sospetto, della tragedia. Nella società il NERO è simbolo di paura , di tristezza , depressione , stati d’animo che comunque  fanno parte dell’esistenza . Il NERO è il colore più intrigante . Invita a riflettere. Elisabetta Marchese si diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia con una tesi su Alberto Burri . Il suo percorso artistico continua con una ricerca tra composizione e texture , tra differenti supporti fino ad arrivare al collage sempre accompagnato a tradizionali tecniche pittoriche quali le tanto amate velature e l’antica tecnica dello “sfregasso”. La tecnica che predilige rimane sempre il disegno : una linea nera su un foglio bianco da dove tutto ha inizio . Negli ultimi due anni ha esposto le sue opere a Berlino, Monaco, Milano . Questa personale a Venezia segna un importante punto di consapevolezza per un nuovo venire .

Giovanni Pinosio |Con un filo di Voce

Giovanni Pinosio è un giovane artista veneziano con alle spalle quei necessari studi Accademici che gli permettono di muoversi con sicurezza tra “le belle arti”, privilegiando tra queste il disegno e la scultura. O meglio, una sua originalissima fusione tra il piano del disegno e la tridimensionalità della scultura che egli realizza mettendo in campo, nella costituzione della “figura”, elementi complessi come vuoto e immaterialità. Immaginiamo la grafite della matita che scorre sul foglio bianco a comporre porzioni ibride di figura – è l’uomo al centro della ricerca, un uomo maschile ma sessualmente non caratterizzato. Compaiono tracce di un tronco, ora di una mano che vibra – e quel gesto viene replicato occupando lo spazio – ora soltanto un moncone di una gamba.  Sostituiamo ora la grafite con del filo di ferro e proviamo a ricostruire quella figura. L’immagine ritrova sé stessa nello spazio, acquisendo però una tridimensionalità rarefatta, metafisica. Il nostro corpo è denso involucro di carne che appoggia sullo scheletro portante. Pinosio, con le sue opere, rovescia il dentro e il fuori: è lo scheletro in fil di ferro a formare la figura, mai realmente compiuta. Ibrida anch’essa. Mentre l’interno della figura non c’è. È “vuoto”. Il vuoto rappresenta una sfida in questa sua concezione di scultura, perché l’ambiente entra nel corpo dell’opera, creando un indistinto con lo spazio. O meglio, ambiente, spazio e tempo sono fusi insieme, saldati alla figura. Processo mentale e artistico che sta caratterizzando molti autori contemporanei.

Liubov Pogudina | ‘’universale ICONA ‘”

L’artista propone una serie di copie di dipinti di icone di diversi autori eseguite seguendo fedelmente regole di un’arte antica sviluppatasi in epoca bizantina, il cui centro principale era Costantinopoli, e con il trascorrere del tempo, la varietà di stili e di tipologie artistiche si ampliarono in Russia, e nel resto del mondo ortodosso. Le opere dell’artista ci rimandano a questo particolare mondo bizantino con opere dipinte su tavola eseguite seguendo il dettame delle icône antiche sia nell’uso dei supporti che nei cromatismi in particolare il richiamo della doratura elemento importante per la rappresentazione delle immagini sacre. Nata in Russia e da molti anni vive in Italia. La sua attività artistica è iniziata nel 2002 con il ” Gruppo Artistico di Spinea”. Ha frequentato i corsi per cinque anni facendo disegno, dipinti ad olio ed acquarello. Si è diplomata al Liceo Artistico di Venezia. Ha conseguito il diploma in “Arti visive e Discipline dello Spettacolo -Indirizzo di pittura” dell’ Accademia di Belle Arti di Venezia e nel 2016 consegue la laurea nella stessa materia. Dal 2009 segue lezioni sulle Icone bizantine e russe con l’insegnante iconografa Michela Giordani.

Massimo Puppi | “FRAMMENTAZIONI”

Scrivo come so scrivere, dipingo come so dipingere, penso come so pensare”: sta qui, forse in questa affermazione, in questa dichiarazione di intenti scarna, sincera, spontanea, convinta, il cuore pulsante e generoso di un fare artistico che non è solo fare pittorico ma una quotidiana continua raccolta di pensieri, scritti, immagini, materiali che danno vita ad un luogo della mente e un laboratorio creativo affollato di ingredienti e in questo caso frammentazioni di spazi aperti e chiusi.      
L’artista si dedica ad una costante e appassionata ricerca che si snoda lungo i percorsi della memoria e del quotidiano, del passato e del presente. Massimo Puppi nato a Venezia il 6 gennaio 1956. Dopo essersi diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Venezia, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove frequenta il corso di pittura del maestro Emilio Vedova. Lasciata l’Accademia, trova altri stimoli per la sua formazione alla Scuola Internazionale della Grafica di Venezia, dove segue il corso di tecniche sperimentali tenuto dal maestro Riccardo Licata. Risale al 1973 la sua prima mostra personale ospitata alla galleria Segno Grafico di Venezia. Dal 1980 al 1985 il “silenzio assoluto”: un periodo di ripensamento sull’arte contemporanea, preludio di una scelta radicale che lo porta ad allontanarsi dall’attività espositiva e a rifugiarsi nel proprio studio. Gli anni che seguono sono dedicati ad una costante ed appassionata ricerca e sperimentazione di un linguaggio personale che si snoda lungo i percorsi della memoria e del quotidiano, del passato e del presente. Una lunga fase di silenzio costruttivo destinata oggi a sfociare in un ritorno sulla scena pittorica. Nel 2008 Vive e lavora a Venezia.

Anna Zinato | Il viaggio

La  varietà contrastante di espressione nelle forme di Anna attraverso la pittura è più evidente a qualsiasi osservatore con le astratte accentazioni trovate attraverso i pezzi sensoriali della velocità del paesaggio. L’occhio umano è in grado di visitare il modo in cui il veloce si muove tra l’immobilità e la luce. Questo crea un effetto sulla percezione da parte dell’occhio mentre osserva paesaggi in movimento, forse percepiti dal movimento di treni o automobili. Le distanze accelerate di passaggio attraverso vari terreni, mentre lo spettatore è fermo mentre il ritratto è in movimento, sono parenti in modo univoco rispetto ai viaggi su treni o automobili. Anna Zinato è un’artista multidisciplinare con sede a Toronto e Venezia.
L’artista ha iniziato a dipingere all’età di diciassette anni e non si è mai fermata, anche quando è diventata madre di due figlie. Nata e cresciuta a Venezia, che ha influenzato il suo piacere per l’arte che la circondava. Ha esposto selezionato al Carrousel du Louvre el 2014, Salone Internazionale dell’Arte a Parigi, Francia. Le sue opere sono conservate in collezioni private in Italia, Canada, Svizzera, Cina e Stati Uniti.

Andrea Zuppa, Maridaje

Maridaje” è una parola della lingua spagnola che viene usata per indicare l’abbinamento ideale tra vino e pietanza. Spesso gli addetti ai lavori ricercano i giusti abbinamenti giocando sull’armonia o il contrasto del gusto. Chi si accomoda a tavola non deve altro che godere delle scelte proposte, ne può essere felice o infastidito. In analogia al significato di questo termine la serie MARIDAJE che l’artista propone raccoglie alcune opere che ha realizzato tra il 2017 e il 2019 dove l’obiettivo è la ricerca della giusta armonia e/o contrasto tra gli ingredienti di un dipinto: colore, forma e composizione; sottraendo volutamente l’opera ai significati più immediati, e scegliendo per questo un linguaggio puramente informale ed astratto. Le opere hanno ispirato il poeta Francisco del Moral a comporre alcuni versi che sottolineano l’ulteriore maridaje: quello tra soggetto e osservatore. Nato nel 1973, si laurea in Architettura allo IUAV VENEZIA nel 2001. Da sempre è interessato al disegno, alla grafica ed in particolare alla pittura ad acquerello e con tecniche miste. Durante gli studi universitari frequenta corsi di dIsegno e pittura. Nel 2007 conosce Yuliana Manoleva che lo introduce nei suoi corsi ad un nuovo modo di considerare ed usare l’acquerello. Continua tutt’ora la sua formazione frequentando corsi workshop in Italia e all’estero. Partecipa ad estemporanee e mostre collettive in particolare con la Galleria Città di Padova. Ha curato le illustrazioni e la grafica di copertina di varie pubblicazioni. I suoi soggetti spaziano dal figurativo all’astratto ma con una continua e costante ricerca di una nuova espressività che lo caratterizzi.

Durante tutto i periodo saranno dedicate serate ad eventi collaterali quali musica, poesia, video, performance.

 ART Nigt “ CONVIVIO “ di Giuliana Cobalchini, apertura serale in collaborazione con cà Foscari e il Comune di Venezia. Data da destinarsi

 6 giugno 2020 ore 19.00 – Massimo Puppi Frammentazioni

26 giugno 2020 ore 19.00 – Andrea Zuppa – Maridaje

Francisco del Moral Manzanares leggerà alcuni frammenti poetici sull’opera di Andrea Zuppa.

11 luglio 2020 ore 19.00  |  Giovanni Pinosio – Un filo di voce

Sabato 29 agosto 2020 ore 19.00 – Giulio Malfer “A future memoria”

Sabato 5 settembre 2020 ore 19.00

Alessandro Zanini e Laura Spedicato presentano ABISSO – un fine settimana, di Dorothea Tanning.

Con l’occasione sono stati invitati 13 artisti a rappresentare la complessa personalità di Dorothea Tanning attraverso il lungo operato di artista e poetessa. Gli artisti invitati sono: Mirta Caccaro, Andrea Dal Broi/Nicolò Andreatta, Adolfina de Stefani, Barbara Furlan, Barbara Cappello, Anna Laura Longo, Antonello Mantovani, Sabina Romanin, Ricci Rossella, Claudio Scaranari, Marilena Simionato, Moreno Ugo, Fanny Zava.

Sabato 19 settembre 2020 ore 18.00 | Elena Greggio : Sogni e inquinamento

 Sabato 3 ottobre 2020 ore 18.00 – Liubov Pogudina | ‘’universale ICONA ‘”

 Data da definirsi. Carla Bertola e Alberto Vitacchio A due Voci

 Data da definirsi. Nicola Frangione – video ACTION VIDEO POETRY

 Federico Costanza – Poesia Sonora data da destinarsi

 Nicola Bertoglio performance data da destinarsi.

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VISIONI ALTRE – Campo del Ghetto Novo 2918 – Venezia

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Elena Greggio | Ancora Qui - 2020, cm 100x180
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Elena Greggio | Sogni e Inquinamento - 2020, cm 100x100
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Elena Greggio | Logson the River - 2020, cm 50x50
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Elena Greggio | cm 30x30
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Giulio Malfer
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Giulio Malfer
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Giulio Malfer
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Giulio Malfer
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Massimo Puppi | Suddividere il mare - 2020 acrilico su tela, cm 30x26,5
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Massimo Puppi | Suddividere il cielo - 2020 acrilico su tela, cm 30x26,5
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Massimo Puppi | Suddividere le montagne - 2020 acrilico su tela, cm 30x26,5
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Elisabetta Marchese
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Elisabetta Marchese
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Elisabetta Marchese
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Elisabetta Marchese
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Alessandro Bestiani | Torre Velasca, Milano - 2020, acquerello su carta, 50x70cm
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Alessandro Bestiani | Il tram 19 in piazzale Cordusio, Milano - 2020, gouache su cartoncino, 40x50cm
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Alessandro Bestiani | Il tram 19 in piazzale Cordusio, Milano - 2020, acrilico su cartone, 50x70cm
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Alessandro Bestiani | Torre Velasca avvolta dalla sera - 2020, gouache su cartoncino, 57x57 cm
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Sergio Boldrin | Aprile dal ponte di Rialto - 2020, olio su tela , cm 35x 50
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Sergio Boldrin | Rialto - 2020, olio su tela , cm 60x60
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Sergio Boldrin | Carnevale - 2020, olio su tela , cm 35x 50
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Sergio Boldrin | Sotto il ponte- 2020, olio su tela , cm 40x40
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Andrea Zuppa
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Andrea Zuppa
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Andrea Zuppa
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Andrea Zuppa
L'Illuminazione degli occhi. Ho visto gli occhi degli alberi che mi osservavano silenziosi mentre camminavo, camminavo, sentivo il suono delle foglie e la voce dell'erba sotto i miei piedi, parole sottili in questa primavera capovolta. VIRUS

In tempo di Covid-19 sarà la galleria VIRTUALE “www.visionialtre.com” che darà visibilità con l’originale ricerca proposta dall’artista e poeta

Claudio Scaranari con IL SILENZIO SOSPESO:

“Il silenzio non è altro che il cambiamento della mia mente. E’ una accettazione dei suoni che esistono.”

John Cage

“Pausa …… suono…..pausa…..ogni opera d’arte vive nel silenzio sospeso della prova d’orchestra come lo sguardo stellare
di Van Gogh, all’urlo di Munch, in quella piazza metafisica di De Chirico, nel silenzio mentale di Abramovic, nel sorriso della Gioconda mentre passano le ragazze di Delvaux con occhi grandi che restano stupite nel vedere l’uomo di Caspar David Friedrich sulla scogliera che scruta l’infinito”. Tutte opere che del silenzio evocano l’intensità profonda degli animi turbati da silenzi infiniti ed eterni.

L’artista Claudio Scaranari, persona solitaria e taciturna è attento a ciò che lo circonda, ai suoni ai silenzi della natura.

Nell’opera ”Animale Acquatico” il silenzio avvolge e travolge la natura ai bordi dell’acqua, dove l’aria si fa goccia o teatro protettivo in un silenzio perfetto dove solo i suoni musicali della natura avanzano lievi con lo scorrere lento dell’acqua.

Lo sguardo dell’animale è quasi rapito, rivolto altrove, fissa lo spazio bianco circostante, verso uno spazio infinito, un orizzonte lontano incolore.

Le opere di Scaranari tacciono e nel loro silenzio trasportano a riflessioni “incisive” per penetrare più a fondo il senso della vita.

L’arte è il motore principale per l’artista, efficace per comprendere come questo concetto tanto astratto quanto vivo e concreto abbia da sempre rivestito un’ importanza fondamentale per la sua esistenza per la nostra esistenza.

Il silenzio per Scaranari è rivelatore, realtà taciuta o solo parzialmente svelata che diventa il centro come scelta di contemplazione e di sosta, come opportunità espressiva, creativa o di rispecchiamento, ed è da questa contemplazione che nascono le sue opere intrise di stati d’animo.

La poetica del materiale che usa l’artista racconta la storia, parla nel silenzio dell’abbandono di un passato lontano per ritrovare la nuova vita, una nuova storia che racconta il passato per vivere il presente.

A questo silenzio Claudio Scaranari illustra attraverso le sue acqueforti episodi tratti dal testo biblico, ne suggerisce una interpretazione personale e in qualche misura intrigante.

Affronta il tema della creazione, ispirandosi alla genesi per illustrare successivamente le piaghe che hanno colpito l’Egitto, il passaggio dell’angelo della morte, il viaggio del popolo ebraico nel deserto verso la Terra Promessa.

Si cimenta con le tematiche relative alla promulgazione del Decalogo, offrendo un’interpretazione originale del ciclo della vita con modalità che evocano fantasie oniriche

Claudio Scaranari nasce in provincia di Rovigo, frequenta l’Istituto d’Arte Dosso Dossi e si laurea all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Docente di Discipline Tecniche e Pittoriche al Liceo Artistico di Castelmassa (RO) fino al 2019. Caratteristica della sua arte è l’utilizzo di materiali diversi, che sa suscitare nell’osservatore la curiosità di ricercarne i significati, sollecitando ad approfondire lo studio da diverse angolazioni.

Alterna alla sua attività artistica ad organizzare mostre, corsi di incisione, convegni ed eventi culturali ed artistici presso la libreria Sognalibro di Ferrara e in collaborazione con Istituti, biblioteche e associazioni delle provincie di Rovigo, Ferrara, Padova.

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IL SILENZIO SOSPESO | 2019, resina, metallo
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IL SILENZIO SOSPESO | 2019, resina, acquaforte
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IL SILENZIO SOSPESO | 2019, resina, pane azimo
IL SILENZIO SOSPESO -2019, resina acquaforte
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IL SILENZIO SOSPESO | 2019, gesso ed elementi in legno
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IL SILENZIO SOSPESO| 2019, gesso inciso
IL SILENZIO SOSPESO | 2019, resina e acquaforte
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Vetro e fetto
UNIVERSALE ICONA di Liubov Pogudina prevista da sabato 11 aprile a domenica 19 aprile 2020

Liubov Pogudina

UNIVERSALE ICONA

“Per incontrare la bellezza a volto svelato, per attingere alla ricchezza della sua grazia, occorre mediante una trans-ascendenza, mediante un superamento del sensibile e dell’intelligibile oltrepassare le porte del Tempio ed è l’icona.”

Pavel Nikolaevič Evdokimov

Con Icone Liubov Pogudina

propone una serie di copie di dipinti di diversi autori eseguite seguendo fedelmente regole di un’arte antica sviluppatasi in epoca bizantina, il cui centro principale era Costanti nopoli, e con il trascorrere del tempo, la varietà di stili e di tipologie artistiche si ampliarono in Russia, e nel resto del mondo ortodosso. Le opere dell’artista ci rimanda- no a questo particolare mondo bizantino con opere dipinte su tavola eseguite seguendo il dettame delle icône antiche sia nell’uso dei supporti che nei cromatismi in particolare il richiamo della doratura elemento importante per la rappresentazione delle immagini sacre.

In questo percorso iconografico tra le di- verse opere presenti penso sia dovero- so soffermarci a riflettere su una copia di un’opera di Rublëv Andrej la Trinità dipinto che nessun’altra immagine ha la forza di rappresentare il significato vero della Trinità come una delle più belle e significative opere che esistono nel mondo delle Icone.

La scena si svolge con poche figure nel luogo del sacrificio. Un calice eucaristico contiene il capo dell’agnello, e le tre figure perfettamente distinte, dagli elementi di sfondo, alle pieghe delle vesti e a geometrie proprie avvolgono l’infinito che le abbraccia. A sinistra l’angelo che rappresenta il Padre e nel mezzo della trinità siede il Figlio, alla destra lo Spirito. Figlio e Spirito rendono evidente l’identità del Padre piegando il capo verso di Lui. Il gesto del Figlio e dello Spirito è accompagnato da quello dell’albero e della roccia.

La figura del figlio al centro determina il vero frutto dell’Albero della Vita poichè lui è la vita. La roccia è il luogo dove Dio comunica. Anche i bastoni pastorali che le tre figure recano nella mano sinistra vanno accostandosi gradualmente alla verticali- tà di quello del Padre. Sulla bianca tovaglia dell’altare la danza delle mani spiega silenziosamente il significato della sacra conversazione. Lo sguardo e i gesti delle fi- gure trasmettono con essenziale evidenza il dramma che ne investe la vita. La distinzione delle figure, nell’ inseparabilità della loro luce e del loro dramma, si evidenzia nei timbri cromatici propri di ciascuno: la casa alle spalle del Padre è realizzata in foglia d’oro per risaltare maggiormente l’importanza della sua figura mentre quella dello spirito santo ha la veste azzurra come il manto del figlio.

Tutta la composizione è racchiusa in una forma circolare.

Le opere di Pogudina sono realizzate su ta- vole di legno di varie dimensioni. Sulla su- perficie viene incollata la tela, dove dispo ne diversi strati di gesso e colla, procede quindi al disegno, seguono i colori, prima i più scuri per poi passare ai chiari e alla doratura. I colori usati hanno una loro rispon denza a vari significati: Il blu rappresenta il colore della trascendenza, mistero della vita divina; Il bianco è il colore dell’armonia, della pace, di Dio, rappresenta la luce; il rosso è simbolo dell’umano e del sangue dai martiri; i l verde è il simbolo della natura, della fertilità e dell’abbondanza. Il marrone, simboleggia la terra, la povertà e l’umiltà.

La pittura dell’artista rispecchia la modu- larità tradizionale stilizzata delle antiche usanze stilistiche dell’iconografia come la bidimensionalità, la stilizzazione e la dimensione solitamente piccole.

Liubov Pogudina nasce in Russia e da molti anni vive in Italia.
La sua attivita’ artistica è iniziata nel 2002 con il “Gruppo Artistico di Spinea”.
Ha frequentato i corsi per cinque anni facendo disegno, dipinti ad olio ed acquarello. Si è diplomata al Liceo Artistico di Venezia ed ha partecipato a numerose mostre collettive organizzate dall’associazione nelle varie sedi del Comune di Venezia dal 2006 al 2014. Ha conseguito il diploma in “Arti visive e Discipline dello Spettacolo – Indirizzo di pittura dell’ Accademia di Belle Arti di Venezia e nel 2016 consegue la laurea nella stessa materia. Dal 2009 segue lezioni sulle Icone bizantine e russe con l’insegnante iconografa Michela Giordani.

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Salvatore cm 15x18
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Gesù e Samaritana cm 30x40
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San Michele cm 56x30
2-pogudina
Trasfigurazione cm 35x38

In tempo di Covid-19 sarà la galleria VIRTUALE “www.visionialtre.com” che darà visibilità con un originale lavoro proposto per questa occasione dai nostri due artisti Carla Bertola e Alberto Vitacchio dal titolo “A DUE VOCI”:

In questo percorso i due artisti visivi espongono immagini “ognuno la propria voce”

Carla Bertola spazia immagini di opere realizzate nel corso della sua produzione- evoluzione. Alle “Interferenze” degli anni ’90, dove scritture a mano o a stampa si alternano-altercano in bianco/nero e a colori cercando di eliminarsi a vicenda, seguono le “Rivisitazioni” opere di grafia creativa dove elabora opere precedenti oppure interpreta visualmente scritti e sensazioni proprie o altrui, (in particolare Madame de Sevigné e Kafka) realizzate in vari formati e installazioni. Poi arriva il digitale con la prima mostra “Digito dunque Sogno” che si intensifica e prosegue. Si tratta sempre di un andare-venire dal passato al presente e viceversa verso un futuro creativo imprevedibile.

Alberto Vitacchio propone lavori che illustrano il percorso da lui fatto nel campo della Poesia Visuale, esponendo quindi immagini sia di collage che lavori virtuali ed anche esempi di elaborazione su scrittura asemica.

Carla Bertola – Scrittrice, poeta verbo-visuale e sonora, partecipa attivamente alle attività culturali internazionali dagli anni ’70. Vive a Torino, dove è nata nel 1935. E’ presente in molti cataloghi e antologie di vari paesi, dove ha esposto lavori visuali in mostre personali e collettive. Produce libri d’artista, presenti in collezioni e biblioteche. Da molti anni partecipa e organizza progetti di Mail Art, Poesia visuale, esposizioni di Libri d’Artista. Come performer di poesia sonora et “Poésie Action” ha partecipato a numerose rassegne in Europa, Canada, Brasile, Cuba, Messico, con Alberto Vitacchio. Ha pubblicato libri di poesia verbo-visuale in Italia e in altri Paesi. Nel 1978 ha fondato la rivista di scrittura multimediale e poesia visuale Offerta Speciale, che ha diretto ed editato fino al 2018. Si occupa tutt’ora di pubblicazioni e progetti.

Alberto Vitacchio vive a Torino dove è nato nel 1942. Come poeta lineare e visuale ha collaborato a molte riviste ed è presente in antologie e cataloghi fino dagli inizi degli anni ’70. In seguito, nel decennio successivo, inizia a creare ed eseguire performances con Carla Bertola in Italia e in diversi luoghi del mondo (Francia, Germania, Irlanda, Inghilterra, Messico, Cuba, Serbia ecc.) Parecchi lavori sono sulla linea della Poesia Azione ed altri collegano la Poesia Sonora a quella che Carla Bertola ha definito Poesiteatro.

Dal 1984 ha operato in campo visuale utilizzando una tecnica di strappo di colore dalla carta che ha chiamato pulling up con la quale esegue collages multipli su carta, tela e supporti diversi; per poi passare a lavorare su collages digitali. Negli stessi

anni inizia a produrre libri d’artista e partecipa ad operazioni di Mail Art. Ha presentato i suoi lavori ed i libri in mostre in Italia ed all’estero.

Tra le antologie si può consultare: Poesia Totale Mantova 98 – A Point of View Visual ’90 Russia ’98 – Galleria Verifica 8+1 Mostre ’99 – I Poeti del Vedere Bologna ’98 – Libri d’Artista in Italia Torino ’99 – International Artists’s Books 2000 Ungheria e molti altri.
Da sempre elabora personalmente i materiali di Poesia Sonora e costruisce masterizzazioni che stanno alla base delle raccolte di materiali su cassette e CD.

Con Carla Bertola ha diretto dal 1978 al 2018 la rivista multimediale di poesia internazionale Offerta Speciale.

A DUE VOCI
di Carla Bertola e Alberto Vitacchio 1 – 7 aprile 2020

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VISIONIALTRE Gallery | Campo del Ghetto Novo 2918 – 30121 Venezia

Parole moventi, commoventi, particolare 2012
Carla Bertola | Parole moventi, commoventi 2016, particolare
Carla Bertola, lettera alla Marchesa, n.2
Carla Bertola | Lettera alla Marchesa n.2, 2012, scritture supporto legno cm 35x46
Carla Bertola, lettera a Mm de Sévigné 1
Carla Bertola | Lettera a Mm de Sévigné, 2012 scritture supporto legno cm 21x29
Carla Bertola - Trilogia in Blu, n°1 -2012
Carla Bertola | Trilogia in Blu n.1, 2012, opera su carta cm 21x29
Carla bertola Les sons sont 25x16 2016
Carla Bertola | Le sons sont, 2016, cm 25x16
Carla Bertola - Sans sun 25x16 2016
Carla Bertola | Sauns sun, 2016, cm 25x16
Carla Bertola - Parfois parfoi 25x16 2016
Carla Bertola | Parfois parfois, 2016, cm 25x16
Carla Bertola - Il Suono suona 25x16 2016
Carla Bertola | Il suono suona, 2016, cm 25x16
4 Carla Bertola - Diametro Zero . 1 40x40 2009
Carla Bertola | Diametro Zero . 1, 2009, cm 40x40
3 Carla Bertola - Diametro 0 . 3 40x40 2009
Carla Bertola | Diametro 0 . 3 , 2009, cm 40x40
2 Carla Bertola - Diametro 0 . 2 40x40 2009
Carla Bertola | Diametro 0 . 2 , 2009, cm 40x40
1 Carla Bertola - L'arte è Tonda 22x22 2001
Carla Bertola | L'arte è tonda, 2001, cm 22x22
Carla Bertola -Reperti d'Incerta Natura 21x29,5 2000
Carla Bertola | Reperti d'incerta natura, 2000, cm 21x29,5
Carla Bertola -Fragile words (1) 29,5x21 2002
Carla Bertola | Fragile Words (1), 2002, cm 21x29,5
Carla Bertola - Ritrovamenti 21x29,5 2013 (2)
Carla Bertola | Ritrovamenti, 2013, cm 21x29,5
Carla Bertola - Fragile Words 29,5x21 2002 (2)
Carla Bertola | Fragile Words, 2002, cm 21x29,5
Carla Bertola Infiorescenza 40x29 2013
Carla Bertola | Infiorescenza, 2013, cm 40x29
Carla Bertola Fomazioni Materiche 29x40 2014
Carla Bertola | Formazioni Materiche, 2014, cm 29x40
Carla Bertola variazioni in tema 29x40 2014
Carla Bertola | Variazioni in tema, 2014, cm 29x40
Carla Bertola Toccare per vedere 29x40 2014
Carla Bertola | Tocca per vedere, 2014, cm 29x40
4 Carla Bertola - Destruction 29x42 2016
Carla Bertola | Destruction, 2016, cm 29x42
3 Carla Bertola - Changing again 29x42 2016
Carla Bertola | Changins again, 2016, cm 29x42
2--v-Carla-Bertola------Changing-girl----29x42---2013
Carla Bertola | Changing girl, 2013, cm 29x42
1 Carla Bertola - Digital girl 29x42 2010
Carla Bertola | Digital girl , 2010 , cm 29x42
Carla-Bertola-e-Punto-di-Partenza-21x29----2018
Carla Bertola | Punto di partenza, 2019, cm 21x29
Carla-Bertola-cEvoluzioni--Cromatiche-21x29----2019
Carla Bertola | Evoluzioni Cromatiche, 2019, cm 21x29
Carla-Bertola-b-Inseguendo-21x29---2018
Carla Bertola | Inseguendo, 2018, cm 21x29
Carla-Bertola-a-Giravolta--21x29---2019
Carla Bertola |Giravolta, 2019, cm 21x29
Alberto Vitacchio - O ff
Alberto Vitacchio | O ff , 2015, cm 30x43
Alberto Vitacchio - M m
Alberto Vitacchio | M m, 2006, cm 20x50
Alberto Vitacchio - asemic 10
Alberto Vitacchio | Asemic 10, 2017, cm 30x40
Alberto Vitacchio - n g
Alberto Vitacchio | n g 1, 2016,cm 30x43
Alberto Vitacchio - f f 2019 30x43
Alberto Vitacchio | f f, 2019, m 40x33
Alberto Vitacchio - Y u 2017 30x43
Alberto Vitacchio | y u, 2017, cm 30x43
Alberto Vitacchio - e s e 2016 30x43
Alberto Vitacchio | e s e, 2016, cm 20x43
Alberto Vitacchio - asemic 29b 2018 30x43
Alberto Vitacchio | Asemic 29b, 2018, cm 30x43
Alberto Vitacchio - ä à 17,5x50 2006
Alberto Vitacchio | ä à 2006, cm 175x50
Alberto Vitacchio - n g 30x43 2018
Alberto Vitacchio | n g 2018, cm 30x43
Alberto Vitacchio - w o 30x43 2018 copia
Alberto Vitacchio | w o 2018, cm 30x40
Alberto Vitacchio - asemic 15 30x43 2017
Alberto Vitacchio | asemic 15, 2017, cm 30x43
Alberto Vitacchio - A e 30x43 2018
Alberto Vitacchio | A e, 2015, cm 30x43
Alberto Vitacchio - Y u 30x43 2018
Alberto Vitacchio | Y u , 2018, cm 30x43
Alberto Vitacchio - O m 30x43 2015
Alberto Vitacchio | O m, 2015, cm 30x43
Alberto Vitacchio - i d 17,5x50 2010
Alberto Vitacchio | i d, 2010, cm 17,5x50
Alberto Vitacchio - y u 30x43 2018
Alberto Vitacchio | y u, 2018, cm 30x43
Alberto Vitacchio - h c e 30x43 2018
Alberto Vitacchio | h c e, 2018, cm 30x43
Alberto Vitacchio - i d 12x16 2010
Alberto Vitacchio | i d , 2010, cm 12x16
Alberto Vitacchio - i t 30x43 2017
Alberto Vitacchio | i t, 2017, cm 30x43
Alberto Vitacchio - if 50x70 2007
Alberto Vitacchio | if , 2007, cm 50x70
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Alberto Vitacchio | Z z , 2000, cm 17,50x50
Alberto-Vitacchio----F----f---13x18---2010
Alberto Vitacchio | F f , 2007, cm 12x18
Alberto-Vitacchio----,---t--18,11x16,81--2012
Alberto Vitacchio | t , 2012, cm 18,11x16,11
Alberto Vitacchio - E S 2018 30x43
Alberto Vitacchio | E S , 2018, cm 30x43
Alberto Vitacchio - n g 2018 30x43
Alberto Vitacchio | I ng,2012, cm 29x41
Alberto Vitacchio - dasemic 2018 30x43
Alberto Vitacchio | I dasemic, 2018, cm 30x40
Alberto Vitacchio - I ng 2012 29x41
Alberto Vitacchio | I ng,2012, cm 29x41
maridaje_fronte_12X12
https://franciscodelmoral-poemas.com/alrededores-de-padua/el-ghetto-de-venecia/

Si inaugura con data da destinarsi

presso la Galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918 VENEZIA

“Maridaje” opere pittoriche di Andrea Zuppa

a cura di Adolfina de Stefani

con la collaborazione di Guenda Mai – laureanda in Economia e gestione dell’arte e delle attività culturali presso Ca’ Foscari.

“Maridaje” è una parola della lingua spagnola che viene usata per indicare l’abbinamento ideale tra vino e pietanza. Spesso gli addetti ai lavori ricercano i giusti abbinamenti giocando sull’armonia o il contrasto del gusto. Chi si accomoda a tavola non deve altro che godere delle scelte proposte, ne può essere felice o infastidito. In analogia al significato di questo termine la serie MARIDAJE che l’artista propone raccoglie alcune opere che ha realizzato tra il 2017 e il 2019 dove l’obiettivo è la ricerca della giusta armonia e/o contrasto tra gli ingredienti di un dipinto: colore, forma e composizione; sottraendo volutamente l’opera ai significati più immediati, e scegliendo per questo un linguaggio puramente informale ed astratto.

Le opere hanno ispirato il poeta Francisco del Moral a comporre alcuni versi che sottolineano l’ulteriore maridaje: quello tra soggetto e osservatore.

Sai che a volte è difficile capirti. Quando ti mostri azzurro o ingiallisce il tuo sguardo all’improvviso, diventi di quel grigio che ammutisce o, malgrado lo sforzo, non riesci a rinverdire quanto vorrei, quanto meriterebbe l’occasione. Ma se rimango vigile, è semplice vedere l’armonia di ogni nuova arrivata sfumatura: si intrecciano i colori e si capiscono in un unico spirito vivace. 

Francisco del Moral Manzanares, 2019              

 Andrea Zuppa nato nel 1973, si laurea in Architettura allo IUAV VENEZIA nel 2001. Da sempre è interessato al disegno, alla grafica ed in particolare alla pittura ad acquerello e con tecniche miste. Durante gli studi universitari frequenta corsi di dIsegno e pittura.

Nel 2007 conosce Yuliana Manoleva che lo introduce nei suoi corsi ad un nuovo modo di considerare ed usare l’acquerello.   Continua tutt’ora la sua formazione frequentando corsi workshop in Italia e all’estero. Partecipa ad estemporanee e mostre collettive in particolare con la Galleria Città di Padova. Ha curato le illustrazioni e la grafica di copertina di varie pubblicazioni. I suoi soggetti spaziano dal figurativo all’astratto ma con una continua e costante ricerca d i una nuova espressività che lo caratterizzi.

 

apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 14.00 | 16.00 – 19.00 – Ingresso libero

www.visionialtre.com – infovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

VISIONI ALTRE – Campo del Ghetto Novo 2918 – Venezia

Si inaugura domenica 16 febbraio 2020,

alle ore 16.30

presso la Galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918 VENEZIA

“NERO ma non troppo” opere pittoriche di Elisabetta Marchese.

NERO ma non troppo

Prima o poi il NERO va affrontato.
Nella società il NERO è simbolo di paura, di tristezza, depressione, stati d’animo che comunque fanno parte dell’esistenza. Con questo percorso l’artista cerca di superare l’associazione visiva del conflitto come colore, ma di giocare con il NERO. Lei stessa afferma, che, ci si allontana il prima possibile da questo colore quanto un NERO velato non viene più chiamato con il suo nome ma diventa grigio . Che un NERO grattato diventa un bianco sporco. Un NERO passato su un azzurro diventa un azzurro cupo. Potrebbe sembrare l’antico gioco delle apparenze, di quello che è anche se non sembra.

Il NERO per Elisabetta Marchese rimane il colore più intrigante. Obbliga a fermarsi, a riflettere fino ad accorgersi che lui è il padrone del gioco, è il NERO che detta le regole.
A noi non resta che abbandonarsi dentro, goderlo e giocare.

Il nero domina e predomina nelle opere dell’artista, equilibrando i vari volumi in un concerto di linee delicate e soffuse movimentando l’intera composizione.

Elisabetta Marchese

Si diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia con una tesi su Alberto Burri .
Il suo percorso artistico continua con una ricerca tra composizione e texture , tra differenti supporti fino ad arrivare al collage sempre accompagnato a tradizionali tecniche pittoriche quali le tanto amate velature e l’antica tecnica dello “sfregasso”. La tecnica che predilige rimane sempre il disegno: una linea nera su un foglio bianco da dove tutto ha inizio.
Negli ultimi due anni ha esposto le sue opere a Berlino, Monaco, Milano.
Questa personale a Venezia segna un importante punto di consapevolezza per un nuovo venire.

La mostra, visitabile fino a sabato 29 febbraio 2020, è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della vernice della mostra “NERO ma non troppo” di Elisabetta Marchese con inaugurazione domenica 16 febbraio 2020 alle ore 16.30 l’artista sarà presente.

apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 19.00 – Ingresso libero

www.visionialtre.com – infovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

VISIONI ALTRE – Campo del Ghetto Novo 2918 – Venezia

 

The exhibitions “NERO ma non troppo” with paintings by Elisabetta Marchese, opens Sunday 16 February 2020 at 16.30 at VISIONI ALTRE gallery, Campo del Ghetto Novo 2918 VENEZIA.

NERO ma non troppo/ BLACK but not too much

Sooner or later BLACK has to be faced.
Inside of the society BLACK is a symbolo of fear, sadness, depression, moods that are part of existence. With this path the artist tries to overcome the visual association of conflict as a colour and play with BLACK. She herself says that, as soon as possibile, we move from this colour as a veiled BLACK is no more called by its name buti t becomes grey. That a scrattched BLACK becomes a off-white. That a BLACK passed over a blue becomes a dark blue. It could seems the old games of appearances, about what is it even if it doesn’t seem so.
For Elisabetta Marchese the BLACK remains the most involving colour. It forced us to stop, to reflecting until realize that he is the game master, BLACK is who makes the rules.
We can only abandon ourselves inside of him, enjoy him and play with him. BLACK dominates and predominates the works of the artist, balancing the various volumes in a concert of delicate and suffesed lines enlivening the entire composition.

Elisabetta Marchese

She gradueted from the Accademy of Fine Arts in Venice with a final exam (thesis) about Alberto Burri.
Her artistic path goes on with a research on composition and texture, using differents types of supports up to collage which is always accompained by traditional painting technique such as the much-loved glazes and the ancient technique of “sfregasso”. The technique that she prefers remains the drawing: a black line on a white paper from which everythings starts.

In the last two years she has exposed her works of art in Berlin, Munich, Milan. This personal exhibition in Venice marks an important level of consciousness for a new coming.

Si inaugura giovedì 13 febbraio 2020 alle ore 17:00, RICORDANDO IL MOVIMENTO FLUXUS a cura di Adolfina de Stefani

ricordando il movimento FLUXUS.

Presentazione e testo critico a cura di ASIA ROTA.

In Occasione della mostra RICORDANDO IL MOVIMENTO FLUXUS VISIONI ALTRE ha inteso omaggiare il movimento FLUXUS, invitando artisti di diversa provenienza ad esporre dal 1 al 13 febbraio 2020, negli spazi della galleria opere di dimensioni 30x30cm.

Artisti presenti:

Riccardo Albiero ITALIA, Andreina Argiolas ITALIA, Franco Ballabeni ITALIA, Enrico Baracco ITALIA, Clara Barbieri Pacheco ITALIA, Vittore Baroni ITALIA, Pier Roberto Bassi ITALIA, Mariano Bellarosa ITALIA, Pedro Bericat SPAGNA, Nicola Bertoglio ITALIA, Carla Bertola ITALIA, Sergio Boldrin ITALIA, Giovanni Bonanno ITALIA, Maurizio Bonato ITALIA, Enrico Bonetto ITALIA, Anna Boschi ITALIA, Paolo Bottari ITALIA, Mirta Caccaro ITALIA, Roberto Cannata ITALIA, Barbara Cappello ITALIA, Angela Caporaso ITALIA, Lamberto Caravita ITALIA, Libera Carraro ITALIA, Massimo Cartaginese ITALIA, Lucia Chiavegato ITALIA, Alessandra Chiesa ITALIA, Nellì Cordioli ITALIA, Carmela Corsitto Italia, Maria Credidio ITALIA, Agnese Cunego ITALIA, Daniele Cuoghi ITALIA, Andrea Dal Broi & Nicolò Link HG Andreatta ITALIA, Ruggero D’Autilia ITALIA, Daniel de Culla SPAGNA, Adolfina de Stefani ITALIA, Paola Doria ITALIA, Carla Erizzo ITALIA, Maurizio Favaretto ITALIA, Fernanda Fedi ITALIA, Luc Fierens BELGIO, Mauro Fornasier ITALIA, Leo Franceschi ITALIA, Giuliano Franco ITALIA, Nicola Frangione ITALIA, Barbara Furlan ITALIA, Agatino Furnari ITALIA, Gino Gini ITALIA, Paolo Gobbi ITALIA, Isabel Gomea de Diego SPAGNA, Roberta Gomiero ITALIA,  Claudio Grandinetti ITALIA, Elena Greggio ITALIA, Viviana Gris ITALIA, Paolo Gubinelli ITALIA, Alessandra Gusso ITALIA, AngeliKa Höger GERMANIA, Benedetta Jandolo ITALIA, I Santini del Prete ITALIA, LAMIABELLA ITALIA, Pina Lavanga ITALIA, Silvia Lepore ITALIA, Pierpaolo Limongelli ITALIA, Oronzo Liuzzi ITALIA, Anna Laura Longo ITALIA, Gianpaolo Lucato ITALIA, Bruno Lucchi ITALIA, Ruggero Maggi ITALIA, Giuliano Mammoli ITALIA, Silvia Manazza ITALIA, Antonello Mantovani ITALIA, Sergio Marchioro ITALIA, Patrizio Maria ITALIA, Anya Mattila FINLANDIA, MELARANCE (Marité Bortoletto, Silvia Martini, Micaela Spinazzé)ITALIA, Monica Michelotti ITALIA, Virginia Milici ITALIA, Enrico Minato, Gabi Minedi ITALIA, Francesco Mingaroni ITALIA, Mauro Molinari ITALIA, Emilio Morandi ITALIA, Patrizia Nicolini ITALIA, Stefano Ornella ITALIA, Riccardo Parenti ITALIA, Walter Pennacchi ITALIA, Ioan Pilat ITALIA, Teresa Pollidori ITALIA, Veronique Pozzi Painè ITALIA, Massimo Puppi ITALIA, Rossella Ricci ITALIA, Angelo Ricciardi ITALIA, Nino Walter Riondato Italia, Armando Riva ITALIA, Sabina Romanin ITALIA, Imerio Rovelli ITALIA, Gianni Sandonà ITALIA, Roberto Scala ITALIA, Claudio Scaranari ITALIA, Grazia Sernia ITALIA, Domenico Severino ITALIA, Marilena Simionato, Gruppo Sinestetico ITALIA, Lucia Spagnuolo ITALIA, Laura Spedicato, Rossana Stiassi ITALIA, Giovanni e Renata Strada ITALIA, Jaromir Svozilik NORVEGIA, Renata Tabanelli ITALIA, Andrea Tagliapietra ITALIA,  Fausto Trevisan ITALIA, Giorgio Trinciarelli ITALIA, Maddalena Tuniz ITALIA, Paola Turra ITALIA, Stefano Turrini ITALIA, Moreno Ugo ITALIA, Diana Isa Vallini ITALIA, Generoso Vella ITALIA, Angelo Ventimiglia ITALIA, Mario Verdiani ITALIA, Marilena Vita ITALIA, Alberto Vitacchio ITALIA, Antonio Zago ITALIA, Alessandro Zanini ITALIA, Elisa Zardo ITALIA, Fanny Zava ITALIA.

durante l’inaugurazione performance di diversi artisti presenti nel progetto.

1 febbraio e culminerà il giorno 13 febbraio con l’inaugurazione dell’intero progetto.

aperta al pubblico dal 1 al 13 febbraio 2020

con orario 11.00 – 14.00 | 15.00 – 18.00,

ingresso gratuito.

Scritto storico-critico a cura di Asia Rota

Nel 1961 George Maciunas fonda il movimento Fluxus “caratterizzato da una totale apertura del linguaggio artistico a tutti i materiali del mondo e a tutti i flussi dell’esistenza”, si tratta non solo di opere fisiche ma anche e soprattutto di azioni che hanno come obiettivo portarci a riflettere sulla quotidianità e sull’arte, sul rapporto fra le due e sulla distanza fra le due.

Le modalità di espressione di questo nuovo movimento sono decisamente ampie: oltre alle opere pittoriche che hanno come punto di partenza l’informale/gestuale, grandi protagoniste sono la performance, l’happening, la musica, il cinema, il design, la letteratura, la corrispondenza postale; in particolare è interessante soffermarsi sul fatto che Fluxus sia un movimento aperto, o come meglio precisa Dick Higgins “un momento nella storia, un’organizzazione, un’idea, un modo di vivere, un gruppo di persone non fisso che compie fluxusvalori”: si tratta di un gruppo aperto e non definitivo di cui tutti possono fare parte anche solo per un momento, e senza necessità di dichiararsi tali davanti agli altri componenti del gruppo.

È un modo di essere all’interno del mondo artistico che include tutti coloro che lavorano con materiali quotidiani, spesso di riciclo, in un particolare rapporto con la vita e con il caso (o caos) in un’etica molto spesso marcata: il nome richiama una trasformazione costante che non consente una definizione chiara e delimitata del movimento, possiamo quindi affermare che si tratti di una ricerca ancora oggi in continuo sviluppo.

Fluxus mette in discussione la distinzione fra arte e non-arte, ridicolizzando ogni idea di esclusività, di unicità, di individualità dell’artista, ironizzando sulla perizia tecnica, sulla ricercatezza, sull’altezza o profondità d’ispirazione, in questo si intravede una matrice Dada, dalla quale viene però a differenziarsi per l’apertura ad un gruppo di artisti molto più ampio e “popolare”. Fluxus non include solo ciò che viene riconosciuto come opera d’arte, ma anche tutto ciò che è semplicemente rivolto al creativo poiché l’unico vero obiettivo del suo artista è la realizzazione di un lavoro che ha responsabilità primariamente nei confronti dell’arte stessa, non si rivolge alla critica che precedentemente indicava la propria approvazione/ disapprovazione: il successo artistico è connesso alla creatività di un certo lavoro e del suo creatore, in un mondo ideale che esclude la consacrazione da parte della critica, eliminando la vecchia idea di sistema artistico. Il movimento fondato da Maciunas, dunque, si arricchisce di contenuti nuovi tramandati dal passato artistico e dagli avvenimenti storici, ma al tempo stesso semplifica le sue modalità di messa in scena, facendosi più scarno nell’espressione, più povero e/o naturale nella materialità, più rapido nell’elaborazione, più pulito nel contenuto.

Fluxus conserva molto del precedente Dada, tanto che insieme ad altre forme artistiche contemporanee fra cui la Pop Art, viene spesso richiamato sotto il nome più ampio di Neo- Dada (Maciunas stesso chiamava inizialmente il movimento Neo-dadaism), questi tre diversi movimenti possono giungere a soluzioni visivamente molto simili, ma la differenza sostanziale è intangibile eppure importante: mentre Dada è un tipo di espressione che rifiuta l’arte, quindi un’anti- arte, Andy Warhol dichiara che “tutto è arte”, e Joseph Beuys sostiene che “anche pelare una patata può essere arte”, insomma, mentre il primo elimina l’idea di arte ed invece esalta l’idea di vita come “ben più interessante” rispetto all’arte, la Pop Art innalza la semplicità al livello dell’arte, ed il Fluxus abbassa l’arte al livello della semplicità, mantenendo la stessa ideologia creativa Dada ma semplicemente al contrario di essa non rinnegando l’idea di arte ed ampliandola ad un gruppo aperto e illimitato, la differenza non è tanto nel risultato estetico ma nell’intenzione artistica.

La mostra è visitabile dall’ 1 a Giovedì 13 febbraio 2020, è organizzata da VISIONI ALTRE | Adolfina de Stefani.
apertura e orari dal mercoledì alla domenica
11.00 – 14.00 | 15.00 – 19.00 – Ingresso libero

www.visionialtre.com | infovisionialtre@gmail.com | adolfinadestefani@gmail.com + 349 8682155 | VISIONI ALTRE – Campo del Ghetto Novo 2918 – Venezia

TOUCH

di Giulio Malfer e Piero Cavagna a cura                                                                  di VISIONI ALTRE | Adolfina De Stefani

27 gennaio 2020 ore 11.00

Touch è un progetto che vuole esplorare la seconda memoria, quella che non avrà più i protagonisti reali a raccontarla.

Giulio Malfer e Piero Cavagna, hanno seguito per la Regione Toscana il Treno della Memoria 2019, realizzando, insieme ad alcuni studenti, un progetto artistico che riveli, in modo immediato, cosa vuol dire ricordare.

INGRESSO LIBERO

Lunedì 27 gennaio 2020 alle ore 11.00 presso VISIONI ALTRE spazio espositivo situato nel Campo del Ghetto Novo 2918 nel giorno della memoria vuole ricordare con un progetto ideato da Giulio Malfer e Piero Cavagna “TOUCH”.

 Touch è un progetto che vuole esplorare la seconda memoria, quella che non avrà più i protagonisti reali a raccontarla.

Giulio Malfer e Piero Cavagna, hanno seguito per la Regione Toscana il Treno della Memoria 2019, realizzando, insieme ad alcuni studenti, un progetto artistico che riveli, in modo immediato, cosa vuol dire ricordare. 

“Pensavo è bello che dove finiscono  le mie dita debba in qualche modo incominciare  una chitarra”

(Fabrizio de André, Amico fragile)

Dita sul confine del corpo, estreme propaggini, province di esplorazione, sensori di sperimentazione, emozione; strumenti di produzione.Di dovere. Di piacere. Dove finisce il mio corpo ci sono le dita. Sono quelle che si sanno allontanare dalla testa, dal cuore,  perché si protendono fuori, verso il mondo, gli altri esseri viventi, le cose. Il dito sul grilletto deve aver preso le distanze dalla testa e dal cuore. Il dito sulle corde di uno strumento ci ricorda invece la parentela tra corde e cor, cordis. Il cuore. Dito cordiale. Vitale, battente, allora. “I was playing my guitar, lying underneath the stars, just thanking the lord for my fingers”  (Paul Simon, Duncan)

Il dito del Dio di Michelangelo, che sfiora ma non tocca  quello di Adamo, nella Cappella Sistina,  dice che tra l’altezza dell’umano e le superiori altezze di Dio,  a volte la distanza è un niente, a volte un abisso, il tutto. Con le mani tu puoi sbucciare le cipolle, suonare il pianoforte, strangolare una donna che ti ha lasciato. Con le dita Hitler ha scritto il Mein Kampf, con le dita i suoi volenterosi  carnefici hanno azionato la fuoriuscita del gas nei lager. Un dito umano, americano, ha fatto cadere su Hiroshima la bomba disumana dell’apocalisse nucleare. L’idea di Piero Cavagna e Giulio Malfer è proprio toccante  (anche in tedesco, la lingua dei poeti pervertita dai carnefici, rühren – cioè commuovere – viene perfino prima di berühren, toccare),  che ci voglia un supplemento di dita per leggere questo libro.  Non solo quelle che servono per tenerlo in mano e per sfogliarlo.  Che ci vogliano dita generose, veloci e insistenti nello strofinare la superficie  nera e far ritornare i volti dei cancellati. Che non sia sufficiente il tocco asettico dei nuovi umani  touchscreencomunicanti. Che non sia abile il pollice frenetico degli adolescenti digitali  (con il possibile rischio involutivo della riduzione della luna a un dito, un dito cretino). Che ci vogliano dita calde, cordiali, corde cardiache simpatizzanti,  dunque capaci di soffrire. Dita che resuscitano i lazzari, che restituiscono nomi ai numeri,  che ricreano i volti e le storie. Dita creative, creatrici ci vogliono. Toccami, è il grido che esce dal buio. Toccami. Ora. Adesso. Toccami.

“Why don’t you touch me touch me? Why don’t you touch me touch me? Touch me now now now now now now” (Genesis, The musical box)

Testo di Paolo Grezzi 

TOUCH è un lavoro coinvolgente, che utilizza un espediente tecnico per suscitare lo stupore della magia e fissare nella memoria la storia che vuole raccontare.

TOUCH incuriosisce: è una scatoletta di legno, profuma di pino cembro e nasconde un libro. Un libricino di carta lucida e bianca, ovviamente; meno ovvio è che anche il testo sia stampato in inchiostro bianco. Per leggere devo inclinare la pagina, sforzarmi di trovare e mantenere il giusto angolo; leggere, un atto banale ripetuto migliaia di volte in un giorno, diventa un atto faticoso, e fastidioso. Scoprirò tra breve che è giusto così.
E poi ci sono questi rettangoli neri, perfettamente centrati sul foglio bianco. Sono strani, calamitano inevitabilmente l’attenzione. E’ inchiostro termo-cromico che, reagendo al calore della mano, rivela per un attimo l’immagine che nasconde: ritratti di ragazzi e ragazze vittime dell’Olocausto.

E allora capisci e apprezzi questa perfetta corrispondenza tra la forma (il carattere bianco su foglio bianco, l’inchiostro termocromico) e la sostanza: l’Olocauso, tremenda anticipazione della follia di tutte le dittature passate e attuali, è una storia che non deve essere letta per svago, non può essere letta con disattenzione.
E l’inchiostro che copre i ritratti ti obbliga a toccare con mano quei volti, ti coinvolge in quella storia di 70 anni fa, ancora tanto attuale e tremendamente dimenticata.

la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s’è tramutata in un sozzo trescone ’ali schiantate,
di larve sulle golene, e l’acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole. (Montale, La primavera hitleriana)
 

http://www.mag72.com/2017/11/touch-uso-inchiostro-termocromico-in-fotografia.html

www.youtube.com/watch?v=-T9mmLE1KCg

Giulio Malfer

 Giulio Malfer è nato a Rovereto Italy. Studia Agraria all’Università di Padova e Architettura all’Università di Firenze, dove frequenta il corso di fotografia alla Scuola Internazionale “f 64” e, sempre a Firenze, frequenta il corso di fotografia di moda diretto da Leonardo Maniscalchi. A Milano, Bologna, Firenze, frequenta vari stage con fotografi di fama internazionale. Nel 1990 inizia l’attività di fotografo nel campo pubblicitario e industriale, collaborando con diverse agenzie. Dal 1995 si dedica esclusivamente alla fotografia di moda nel settore delle scarpe. Collabora in modo continuativo con varie istituzioni pubbliche e musei, tra cui il Museo Storico della Guerra, la rassegna Montagna Libri, la rassegna Internazionale Film Archeologia, i Musei Civici di Rovereto, l’Assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento, il Museo Retico, l’Istituto Culturale Ladino. Collabora con il Centro internazionale d’arte “ArteStruktura” di Milano realizzando una ricerca fotografica sul ritratto ad artisti che durerà 5 anni. Nel 1996 con il progetto “Sguardi dall’Alto” inizia i lavori ritrattistici che lo portano ad impegnarsi per anni su temi diversi: “Partigiani”, “Senza Ritorno”, “Indagini Alpine”, “Lavoro Sporco”, “Bosnia”, “Adotto un’Anima”, “Touch” (realizzato con la collaborazione del fotoreporter Piero Cavagna). Collabora all’installazione di Franco Vaccari “Transiberia” a Transart Rovereto e partecipa alla performance dell’artista Greta Frau ad Arco. Suoi lavori sono conservati presso il Centro internazionale arte “ArteStruktura”, il Museo Ladino, l’Archivio del Museo di Meubourge, l’Archivio Fondazione Querini Stampalia, la collezione del Museo del territorio Biellese, l’Archivio del Museo Civico di Rovereto, il Museo Retico. Attualmente vive tra Rovereto e il resto del mondo.

Piero Cavagna

Piero Lavagna fotografo e giornalista ha lavorato a vari progetti di lettura fotografica del territorio trentino e delle sue trasformazioni.

Ora collabora con la Galleria d’Arte Moderna di Roma come consulente e curatore mostre.

TOUCH, 27 gennaio 2020 ore 11, TPUSCH è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della giornata della memoria “TOUCH” Giulio Malfer e Piero Cavagna saranno presenti in galleria.

apertura 11.00 – 19.00

Ingresso libero 

www.visionialtre.com | infovisionialtre@gmail.com |adolfinadestefani@gmail.com | + 39 349 8682155

VISIONI ALTRE – Cannaregio Campo del Ghetto Novo 2918 VENEZIA

Si inaugura sabato 21 dicembre 2019, alle 17.00

presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA(VE),

la personale dell’artista

Liubov Pogudina “ICONE”

a cura di Visioni Altre – Adolfina de Stefani, presentazione critica a cura di Iulia Tarciniu Balan.

La mostra, visitabile fino a domenica 5 gennaio 2020, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

Per incontrare la bellezza a volto svelato, per attingere alla ricchezza della sua grazia, occorre mediante una trans-ascendenza, mediante un superamento del sensibile e dell’intelligibile oltrepassare le porte del Tempio ed è l’icona.

(Pavel Nikolaevič Evdokimov)

Con ‘’ICONE ‘’ Liubov Pogudina propone una serie di copie di dipinti di diversi autori eseguite seguendo fedelmente regole di un’arte antica sviluppatasi in epoca bizantina, il cui centro principale era Costantinopoli, e con il trascorrere del tempo, la varietà di stili e di tipologie artistiche si ampliarono in Russia, e nel resto del mondo ortodosso. Le opere dell’artista ci rimandano a questo particolare mondo bizantino con opere dipinte su tavola eseguite seguendo il dettame delle icône antiche sia nell’uso dei supporti che nei cromatismi in particolare il richiamo della doratura elemento importante per la rappresentazione delle immagini sacre.

Liubov Pogudina in questo percorso iconografico tra le diverse opere presenti penso sia doveroso soffermarci a riflettere su una copia di un’opera di Rublëv Andrej « la Trinità » dipinto che ness’altra immagine ha la forza di rappresentare il significato vero della “Trinità “ come una delle più belle e significative che esistono nel mondo delle Icône.

La scena si svolge con poche figure nel luogo del sacrificio. Un calice eucaristico contiene il capo dell’agnello, e le tre figure perfettamente distinte, dagli elementi di sfondo, alle pieghe delle vesti e a geometrie proprie avvolgono l’infinito che le abbraccia. A sinistra l’angelo che rappresenta il Padre e nel mezzo della trinità siede il Figlio, alla destra lo Spirito. Figlio e Spirito rendono evidente l’identità del Padre piegando il capo verso di Lui. Il gesto del Figlio e dello Spirito è accompagnato da quello dell’albero e della roccia. La figura del figlio al centro determina il vero frutto dell’Albero della Vita poichè è lui la vita. La roccia è il luogo dove Dio comunica. Si noti anche i bastoni pastorali che le tre figure recano nella sinistra vanno accostandosi gradualmente alla verticalità di quello del Padre. Sulla bianca tovaglia dell’altare la danza delle mani spiega silenziosamente il significato della sacra conversazione. Lo sguardo e i gesti delle figure dicono con l’essenziale evidenza del simbolo il dramma che ne investe la vita. La distinzione delle figure, nella inseparabilità della loro luce e del loro dramma, si compie nei timbri cromatici propri di ciascuno. Di oro è anche la casa alle spalle del Padre. La figura dello Spirito ha la veste azzurra come il manto del figlio, il tutto nella unità del cerchio della composizione comprese le ali dorate dei tre componenti.

Le opere di Pogudina sono realizzate su tavole di legno di varie dimensioni. Sulla superficie viene incollata la tela, dove dispone diversi strati di gesso e colla, procede quindi al disegno, seguono i colori, prima i più scuri per poi passare ai chiari e alla doratura. I colori usati hanno una loro rispondenza a vari significati, Il blu, ad esempio, rappresenta il colore della trascendenza, mistero della vita divina. Il bianco è il colore dell’armonia, della pace, di Dio, che rappresenta la luce. Il rosso è simbolo dell’umano e del sangue dai martiri. Il verde è il simbolo della natura, della fertilità e dell’abbondanza. Il marrone, simboleggia la terra, la povertà e l’umiltà. La pittura dell’artista rispecchia la modularità tradizionale stilizzata delle antiche usanze stilistiche dell’iconografia come la bidimensionalità, la stilizzazione e la dimensione solitamente piccole.

Liubov Pogudina Nata in Russia e da molti anni vive in Italia.
Lasua attivita’ artistica e’ iniziata nel 2002 con il ” Gruppo Artistico di Spinea”.
Ha frequentato i corsi per cinque anni facendo disegno, dipinti ad olio ed acquarello. Si è diplomata al Liceo Artistico di Venezia ed ha partecipato a numerose mostre collettive organizzate dall’associazione nelle varie sedi del Comune di Venezia dal 2006 al 2014. Ha conseguito il diploma in “Arti visive e Discipline dello Spettacolo -Indirizzo di pittura” dell’ Accademia di Belle Arti di Venezia e nel 2016 consegue la laurea nella stessa materia. Dal 2009 segue lezioni sulle Icone bizantine e russe con l’ insegnante iconografa Michela Giordani.
Ha partecipato per vari anni con le icone nelle mostre natalizie dei “100 Presepi Spinea”; e nella mostra collettiva ” Icone” nel 50° Festa della Madonna del Don” a Mestre – Venezia (2016). I suoi lavori sono presenti in Russia, in Italia, in Ungheria nelle chiese e cattedrali e in collezioni private. Ha donato una Icona della Madonna di Vladimir all’Oratorio di San Leonardo Orgnano di Spinea (2017 – Parroccia di SS.Bertilla). Nell’ottobre 2018 ha presentato una personale di icone nell’ Oratorio Villa Simion a Spinea.

Si inaugura sabato 7 dicembre 2019, alle 17.00, presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA (VE),

la personale dell’artista Giancaterino “GERMOGLIAZIONI”

a cura di Visioni Altre, presentazione critica a cura di Cecilia Giancaterino.

La mostra, visitabile fino a domenica 15 dicembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

Un artista si aggira nel contemporaneo nel tentativo di comunicare con la natura.
ConLa goccia dell’acqua”, con “Chicco e germogli”, Antonio Giancaterino mette in scena 
una serie di spunti significativi della personale dal titolo “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura cultura ed ecologia in mostra  opere scultoree in bronzo e terracotta che documentano il percorso artistico realizzato dall’artista veneziano negli ultimi anni attorno a tematiche quali i cambiamenti climatici, il rapporto uomo-natura e il mutamento dei confini. 

I cambiamenti climatici e la responsabilità individuale sono l’immagine costante a cui il lavoro di Giancaterino fa riferimento. “L’acqua crea un ambiente che sostiene e nutre piante, animali ed esseri umani, rendendo la Terra in generale perfetta per la vita”. Il mondo di oggi invece fornisce molti esempi di devastazione ambientale che ci avvertono di come l’utilizzo di acqua abbia dei limiti naturali. Ed è proprio in questo contesto che l’artista anticipa i tempi con “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura, cultura ed ecologia” invitando a riflettere sui cicli di produzione della “terra”.

Dal progetto “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura ed ecologia” emerge l’intento di spostare l’arte all’esterno, per veicolare messaggi forti. In questo processo quale significato assume per lei la scultura? “Per me l’arte è comunicare e l’ecologia è parte del dialogo con il contemporaneo. Per cercare di raggiungere un pubblico più ampio possibile forzo spesso le strutture monolitiche dei musei proponendo progetti in progress e coinvolgendo gli spettatori in progetti collaborativi. In quest’ottica non creo oggetti, ma costruisco progetti articolati, installazioni che invitano alla riflessione.

 In questa personale l’artista recupera gli elementi naturali affondando le mani nella terra che è nella sua personale matrice contadina, tanto da portarli a un’espressione artistica.

Il fil-rouge delle opere è la memoria personale o collettiva che affiora nel presente sotto forma di opera d’arte.

L’artista con l’istallazione “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura ed ecologia” ci invita a condividere una riflessione ecologica, nonché ad una sensibilizzazione ambientale intesa come salvaguardia degli alberi, della “terra” e dell’essere umano.

Può parlarci del percorso espositivo di “Germogliazioni”?    
Con questa installazione invito a riflettere insieme sulla “terra” e i suoi cicli “naturali”.

Il percorso espositivo prende avvio all’interno della cappella affrescata del 1300. L’opera “Chicco e germogli” è messa in posizione verticale, al centro della navata. Dalla sommità escono le radici che procedono verso terra e fungono da sostegno.. sempre alla sommità esce il germoglio che va verso l’alto. Tutto questo è appoggiato su uno strato di carbone dal diametro di 2 cm circa dal quale parte una striscia di carbone che conduce all’altare dove troviamo l’opera “La goccia dell’acqua”.

Antonio Giancaterino vive e lavora a Venezia, ha insegnato presso il liceo Artistico di Venezia. 

Dal 1976 al 2008 ha partecipato a mostre personali e collettive in Italia e all’estero; ha realizzato sculture per allestimenti teatrali in Italia e all’estero, è stato curatore di personali e collettive. Alcune sue opere sono presenti nel museo d’arte moderna di Ca’Pesaro-Venezia, nel museo Quercini Stampalia-Venezia, nella Fondazione Bob Wilson-S.Antonio del Texas-U.S.A. 

GERMOGLIAZIONI”

di Giancaterino

inaugurazione sabato 7 dicembre 2019 ore 17.00

l’artista sarà presente all’Oratorio di Santa Maria Assunta, SPINEA (VE).

 Progetto a cura di VISIONI ALTRE

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.00 – 19.00

Ingresso libero

www.visionialtre.cominfovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

Oratorio di Santa Maria Assunta, via Rossignago, SPINEA – Venezia

Si inaugura domenica 17 novembre 2019, alle ore 17.00 presso L’oratorio di Villa Simion SPINEA (VE), “AD ETERNA MEMORIA” opere di Giulio Malfer, presentazione e testo critico a cura di Erika Lacava.

La mostra, visitabile fino a domenica 1° dicembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE | Adolfina de Stefani con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

Qualcuno avrà notato con quale ipnotica lentezza battano le ciglia di un bambino che ascolta un vecchio rievocare; come le labbra si schiudano febbrili, la saliva passi lenta attraverso la gola. Non è di ilarità la sua espressione, mentre tutto il corpo si stringe contro le antiche ginocchia. C’è in lui la tensione degli animali in muta, degli insetti in metamorfosi. Egli sta crescendo, in quegli attimi; sta bevendo con voluttà e tremore alla fontana della memoria.

Cristina Campo, Gli imperdonabili

Come agisce la memoria, da quali profondità arriva e perché ci ritorna facilmente? A volte basta un odore per suscitare il ricordo, un luogo, una sensazione. La madeleine di Proust. Altre volte siamo noi stessi ad attivare il ricordo volontariamente attraverso la ricerca di documenti del passato, scritti, fotografie, oggetti d’uso quotidiano ormai in disuso: materiali d’archivio a supporto della memoria. In greco il termine “memoria” ha la stessa radice di “smaniare”, desiderare, e al contempo di “martire”, colui che è testimone. Due aspetti che delineano insieme l’atto del ricordare. Teniamo traccia del passato perché non vogliamo lasciarlo andare, e d’altra parte non possiamo dimenticare perché l’esperienza vissuta ci ha segnato così profondamente da diventare un punto nodale della nostra esistenza.

La memoria interrogata da Giulio Malfer è una memoria duplice, tanto tenace quanto labile: rapace a un tempo e fragile e inerme nei confronti dell’oblio. É una memoria raccontata sulle lastre di pietra tombale, fotografie comuni consumate dal tempo, dove i lineamenti scompaiono per lasciare spazio a macchie incolori, slavate e corrose, che restituiscono l’immagine al bianco nulla in cui scompaiono i ricordi. La memoria ci abbandona se non è frequentata: “Polvere eri e polvere ritornerai”. Come si dimenticano le poesie imparate da bambini, dimentichiamo oggi la Storia, le guerre, la lotta, mentre muoiono con i Partigiani gli ultimi depositari della memoria storica della Guerra. Potremo in seguito ritrovarla nei libri, nelle carte e nei film d’epoca, ma non più negli occhi vispi che rivivono il ricordo, nel volto inciso dalle rughe profonde come cicatrici, nel fremito delle mani che hanno stretto il fucile. Per far affiorare i ricordi serve interrogarli, serve attenzione, dedizione, cura, quella che oggi solo i bambini e gli storici riescono ad avere, gli uni per amore del racconto, come ricorda Cristina Campo, gli altri per quell’attitudine da “straccivendolo” di cui parla Benjamin nei Passagenwerk che porta a ricercare ovunque le tracce, i frammenti su cui si basa la storia. Mattoni che ora, più che mai, vediamo tremare. Emblematico è il caso del cane Loukanikos con cui si apre la mostra, assunto a

simbolo della rivolta durante le manifestazioni in Grecia dove si trovava sempre in prima linea contro la polizia. Dalla copertina del Time, la sua storia è finita oggi del tutto dimenticata.

La memoria chiede di essere “attivata” come una moderna installazione multimediale: si devono accendere i ricettori, sintonizzarsi sul suo canale, passarci accanto e fermarsi, dedicarle tempo. Riattiviamo e salviamo il ricordo quando stringiamo tra le mani il ritratto dei nostri cari (“Ad occhi chiusi”) tentando di salvarlo dall’incessante lavorio del tempo che ne rosicchia i lineamenti. Quando con assiduità li salutiamo ogni giorno sulla mensola su cui sono collocati come numi tutelari a protezione delle antiche case romane. Così si deve attivare la memoria del passato facendola riemergere dal buio dell’oblio, avvicinandola con la nostra attuale presenza, sfregandola come un cerino fino a che non nasce la scintilla. Serve tempo e fatica per attivare “Touch” di Giulio Malfer, fotografie stampate su carta termosensibile che, se riscaldate dal passaggio delle dita, fanno emergere i volti ormai scomparsi delle vittime della Shoa. Ci viene richiesto tempo e fatica per leggere i racconti scritti bianco su bianco delle loro storie, in un rilievo sottile che si intravede appena se visto in controluce. O i caratteri piccolissimi con cui Malfer scrive sul vetro la storia dei Partigiani, dimensioni che impongono un avvicinamento, una sospensione della visione a distanza tipica dello spettatore che fa superare le barriere ed entrare in quella sfera confidenziale che la prossemica definisce intima. Da questa distanza possiamo scorgere le mille e mille rughe nel palmo della mano di un vecchio reduce del fronte del Don, gli occhi che si accendono nella cavità oculare, che ci fanno immergere empaticamente nei ricordi come se fossero i nostri. Se il compito del fotografo è documentare, Giulio Malfer ci aggiunge quello del filosofo perché interroga, scompagina certezze e non propone soluzioni. Tutta l’operazione di Malfer è un invito all’approfondimento e alla lentezza, direzioni contrarie al moto attuale che brucia e consuma le esperienze attribuendo loro le caratteristiche spettacolari e temporanee di un evento. Una denuncia sottile della società dell’immagine, della sua ingordigia nei confronti della realtà e della fagocitazione del racconto. Della sua supremazia sul concetto, sulla storia che sta dietro ogni volto, sul sentire. Le fotografie di Malfer sono un invito oggi a non dimenticare: un monito, un promemoria per i tempi futuri, “A futura memoria”.

Giulio Malfer

Giulio Malfer è nato a Rovereto Italy. Studia Agraria all’Università di Padova e Architettura all’Università di Firenze, dove frequenta il corso di fotografia alla Scuola Internazionale “f 64” e, sempre a Firenze, frequenta il corso di fotografia di moda diretto da Leonardo Maniscalchi. A Milano, Bologna, Firenze, frequenta vari stage con fotografi di fama internazionale. Nel 1990 inizia l’attività di fotografo nel campo pubblicitario e industriale, collaborando con diverse agenzie. Dal 1995 si dedica esclusivamente alla fotografia di moda nel settore delle scarpe. Collabora in modo continuativo con varie istituzioni pubbliche e musei, tra cui il Museo Storico della Guerra, la rassegna Montagna Libri, la rassegna Internazionale Film Archeologia, i Musei Civici di Rovereto, l’Assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento, il Museo Retico, l’Istituto Culturale Ladino. Collabora con il Centro internazionale d’arte “ArteStruktura” di Milano realizzando una ricerca fotografica sul ritratto ad artisti che durerà 5 anni. Nel 1996 con il progetto “Sguardi dall’Alto” inizia i

lavori ritrattistici che lo portano ad impegnarsi per anni su temi diversi: “Partigiani”, “Senza Ritorno”, “Indagini Alpine”, “Lavoro Sporco”, “Bosnia”, “Adotto un’Anima”, “Touch” (realizzato con la collaborazione del fotoreporter Piero Cavagna). Collabora all’installazione di Franco Vaccari “Transiberia” a Transart Rovereto e partecipa alla performance dell’artista Greta Frau ad Arco. Suoi lavori sono conservati presso il Centro internazionale arte “ArteStruktura”, il Museo Ladino, l’Archivio del Museo di Meubourge, l’Archivio Fondazione Querini Stampalia, la collezione del Museo del territorio Biellese, l’Archivio del Museo Civico di Rovereto, il Museo Retico. Attualmente vive tra Rovereto e il resto del mondo.

La mostra, visitabile dal 16 novembre al 1° dicembre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della vernice della mostra “AD ETERNA MEMORIA” di Giulio Malfer con inaugurazione domenica 17 novembre 2019 alle ore 17.00 l’artista sarà presente.

Si inaugura sabato 16 novembre 2019, alle ore 17.00 presso L’oratorio di Santa Maria Assunta “Dall’IMMAGINARIO” opere di Antonio Zago, presentazione critica a cura di Adolfina de Stefani. Durante l’inaugurazione Anna Zago legge “VORREI NASCERE IN TUTTI I PAESI” – di Serghej Evtushenko, e “ IO RINGRAZIARE DESIDERO” – di Mariangela Gualtieri

La mostra, visitabile fino a domenica 1° dicembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE | Adolfina de Stefani con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

GRANDE CANTORE E’ COLUI CHE CANTA I NOSTRI SILENZI (Kahlil Gibran 1883 / 1931 – sabbia e spuma)

Le opere che l’artista Antonio Zago presenta in questo percorso espositivo spaziano dalla pittura al segno, alla decorazione e dall’incontro in età giovane con l’arte del vetro soffiato caratteristica dell’ambiente veneziano.
Il titolo scelto per questa esposizione DALL’IMMAGINARIO ci porta a pensare che il nostro autore rinuncia fin dall’inizio a forme rigorose quali la figura ma si cimenta nella interpretazione del non reale. D’altronde Antonio Zago coglie appieno la lezione dell’inizio del novecento e cioè ricerca attraverso il cromatismo le forme e le linee che lo riconducono ad esprimere concetti.

Le sue tele sono una stratificazione di segni e colori, riconducibili a sogni immaginari, a silenzi e percorsi dell’anima, sentimenti interiori dove la rappresentazione è estranea ad immagini reali ma rappresenta emozioni che l’artista riporta sulla tela, e che imprime i sui significati attraverso la gestualità, la materia e la sperimentazione.

L’opera “l’albero delle tre bacche rosse” ne è una dimostrazione, ci troviamo di fronte ad un’opera che esce totalmente dalla visione reale dell’albero in quanto nella sua rappresentazione non esistono ne il colore, ne le linee che compongono foglie o rami, ma l’immagine si presenta monocromatica l’uso quindi del bianco su un fondo nero, come il nero su fondo bianco eppure noi possiamo leggere in questo intreccio la forma astratta di un albero con una serie di segni molto materici che compongono una massa. L’aspetto che incuriosisce in questo dipinto sono le tre pennellate rosse che fuoriescono dalla massa bianca e nera, potrebbero essere bacche rosse come sottolineano il titolo ma penso che per l’artista abbia altri significati più intimi e forse dolorosi. Questo è l’aspetto più interessante nella pittura astratta, proprio la nostra difficoltà di penetrare nel pensiero profondo dell’animo dell’autore, ma suggerisce un percorso personale e ad una interpretazione legata alle proprie esperienze emozionali.

In “Cattedrale” l’immagine astratta del dipinto ci riconduce in una Venezia molto cara al pittore in quanto la città lagunare è il luogo per eccellenza per le

sperimentazioni artistiche dove l’artista ha potuto sperimentare tecniche nuove e la creazione di opere in vetro.

Antonio Zago nasce a Bovolenta (PD) nel 44 dove vive e lavora. E’ autodidatta. Dipinge da quando era giovanissimo, sempre alla ricerca di nuove espressioni pittoriche, studiando i grandi maestri dell’informale: de Cooning, Pollock, Rothko, Afro, Tancredi e Parmeggiani.

Nel 1982 con altri cinque artisti veneti, ho fondato il gruppo pittorico, artistico, culturale ” La Matita”, curato dal critico padovano Giorgio Segato, scomparso alcuni anni fa, esponendo in gallerie pubbliche e private sia in Italia che all’estero.

Dal 1992, ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla pittura, grazie anche all’amorevole appoggio di sua moglie Mirella.

Successivamente, con coerenza e disciplina, ha dipinto paesaggi, tramonti, fiori, uccelli e in particolare le nuvole che nel continuo emigrare del loro dissolversi, sono fonte di ispirazione, come lo furono per molti altri artisti, come l’osservazione delle chiome degli alberi, negli spazi vuoti disegnati dalle foglie, mentre dialogano, tremolando, tra i rami.

La “sua” pittura l’ha scoperta leggendo fra le pareti di una piccola stanza o in spazi aperti dove l’occhio non vede limite, camminando sotto portici antichi, tra graffi e imbrattature, riconoscendo in quei segni istintivi, primordiali, le tracce di esistenze irrequiete, che si specchiano nel suo inconscio. Esistenze che lo appartengono.

Tracce e segni, che, come geroglifici del contemporaneo, diventino sulla tela immagini sottratte all’arte figurativa, che incarnano, il processo creativo, l’essenza e l’anima della pittura informale.

Da destrimano per educazione, forza l’uso della mano sinistra, la mano irrazionale, a dipingere il caos, per poi trovare ordine e sviluppo tramite l’atto del raschiare: la tela, diventata muro intonacato da pigmenti ad olio, su diversi piani, i quali liberano luce viva dal colore e raccontano silenzi germinativi, trasformando il grattage nell’essenza surrealista del suo inconscio.

La mostra, visitabile fino a domenica 10 novembre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della vernice della mostra “dall’IMMAGINARIO” di Antonio Zago con inaugurazione sabato 16 novembre 2019 alle ore 17.00 l’artista sarà presente.

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.00 – 19.00 – Ingresso libero

Si inaugura Sabato 9 Novembre 2019 alle ore 18:00, aperta dal 1 Novembre al 30 Gennaio 2020 “My Life on Hold”, una collettiva a cura di Adolfina De Stefani con la collaborazione di Riccardo Bencini, ospitata nella galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918, Venezia.

“My life on hold” – La mia vita sospesa

Con la collettiva “My life on hold” – La mia vita sospesa lo spazio espositivo Visioni Altre invita artisti VISIVI di ogni provenienza stilistica e linguistica a raccontare STORIE ATTRAVERSO LA CREATIVITA’ CHE SAPPIANO STIMOLARE E COINVOLGERE IL VISITATORE IN NUOVI PERCORSI DI RIFLESSIONE E ANALISI DELLA CONTEMPORANEITA’.

Uno sguardo critico sulla 58° Biennale d’Arte di Venezia e sulle tematiche che il direttore e curatore del progetto, Ralph Rugoff, ha individuato e proposto per l’importante appuntamento culturale ormai prossimo alla chiusura, dall’evocativo titolo “May You Live In Interesting Times” – Tempi interessanti.

La mostra, a cura di Adolfina de Stefani con la collaborazione di Riccardo Bencini, è liberamente ispirata alle tematiche della 58° Biennale di Arte Visiva di Venezia e viene proposta in concomitanza con la chiusura dell’evento.

Prendendo spunto dal significato del titolo scelto e dalle parole del curatore dell’evento veneziano: “In un’epoca nella quale la diffusione digitale di fake news e di ‘fatti alternativi’ mina il dibattito politico e la fiducia su cui questo si fonda, vale la pena soffermarsi, se possibile, per rimettere in discussione i nostri punti di riferimento”.

Gli artisti invitati sono stati chiamati ad esprimere con i propri linguaggi per elaborare e visualizzare una riflessione su tematiche sociali ed etiche contemporanee e attraverso una comunicazione immediata ed efficace, in grado di muovere lo spettatore a riflessioni consapevoli e profonde sulla condizione attuale dell’individuo in rapporto alla collettività e alla sua storia odierna.

Lo spazio espositivo è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi di Venezia sia per l’interesse storico artistico che come percorso obbligato per conoscere a fondo la città di Venezia.

Durante il periodo espositivo Visioni Altre organizza degli incontri culturali ogni giovedì del mese dalle ore 18:00 con argomenti specifici inerenti a temi proposti dagli artisti con le proprie opere esposte in galleria.

Piero Bagolini: la sua pittura è centrata sul paesaggio urbano e sul ritratto. Dipinge ricordi o esperienze vissute con rappresentazioni quasi astratte dove si possono cogliere dagli strati di colore la composizione formale senza l’esagerazione della forma realistica. Ai suoi soggetti preferisce togliere più che aggiungere senza nascondere quasi a velare i soggetti. Usa la tempera, l’acrilico e l’olio.

Enrico Baracco: l’arte per viverla bisogna amarla, l’arte è un viaggio interiore, l’arte è studio, dedizione, passione e sacrificio ma anche estasi, ebrezza e gioia. L’arte è espressione pura, un gesto d’amore dell’uomo per l’uomo; l’arte è la bellezza che abita le opere di Enrico Baracco; queste sono espressione che l’artista esprime sul suo lavoro fatto di incastri di tagli di immagini di creatività. La natura è la materia con cui si cimenta l’artista, l’intarsio è la tecnica che lo affascina e che come gli artisti del rinascimento, progetta, disegna, taglia in maniera che ogni singolo pezzo combaci con gli altri, un lavoro certosino che non permette errori, ogni piccolo pezzo deve riempire il suo spazio. Il legno è il protagonista nelle sue opere.

Anna Boschi: entra nel processo dell’arte verbo-visiva proprio quando, negli anni Sessanta, questo movimento prende avvio, quasi che il momento evolutivo del proprio pensiero artistico avesse trovato un ambito speculativo e fattuale particolarmente adatto e affine.  Nell’interessante e fertile “pabulum” culturale della Poesia Visiva infatti, Boschi attua e approfondisce, spaziando poi anche nelle diverse e numerose declinazioni che questa avanguardia artistica offre, il valore relazionale tra parola e pittura che diverrà la cifra riconoscibile e irrinunciabile del suo percorso artistico e della sua indagine intellettuale.

Manù Brunello: il percorso creativo dell’artista si snoda attraverso suggestioni legate alla moda ed al costume della tradizione veneziana, contaminate dalle influenze che mercanti e viaggiatori hanno donato alla città. I costanti riferimenti ai pregiati tessuti ed ai leggeri merletti, reinterpretati e trasformati dall’artista fino a diventare assolutamente unici, sono il prezioso risultato impresso sulle tele della ricerca costante, minuziosa ed appassionata nata dall’esperienza maturata nel campo della gioielleria artigianale.

Luca De Marchi: nella astrazione caotica dei dipinti di Luca De Marchi si contrappone un concetto razionale. Attraverso il colore steso sulla tela l’opera vibra di emozioni, gli sfondi calmi e delicati si sovrappongono a colori forti necessari per soddisfare il pensiero interiore evocando l’ordine e armonia annullando il conflitto. L’estetica e il bello esiste nel pensiero più profondo dell’artista non più rispettando i canoni classici dell’arte.

Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani: “Io amo molto gli alberi” ecco una frase frequente di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani artisti e performer che in questa occasione presentano “ALBERI” Quercus Ilex e Platanus Occidentalis, due grandi lastre con l’immagine stampata ad inchiostro tipografico di due alberi. Ancora una volta la natura sovrasta la visione e il pensiero poetico dei due artisti. La nudità della natura, lo scheletro dell’albero diventa per gli artisti indagine sul corpo fisico e la condizione della natura stessa che opera a favore per il rinnovamento.

Teresa di Nicolantonio: presenta una ricerca personale sul corpo umano soprattutto per il corpo femminile. Usa il colore in maniera appropriata studiando le luci e ed ombre degli sfondi per evidenziare la figura. La sua è una pennellata sicura ed intensa che dona carattere alla figura usando toni di colore ora cupi ora leggeri quasi ad evidenziare caratteri interiori delle immagine o parti del corpo. 

Paola Doria: comunica attraverso il segno ed il colore sensazioni nuove perché contemporanee “dubitando delle nozioni convenzionali e sfidandole”. (Adorno) Un dentro, un fuori, un‘arte che parla dell’uomo ed una che parla solo di se stessa. Conflitto ed affannosa ricerca. Desiderio di un equilibrio tra i due momenti ; quello oggettivo e quello soggettivo. Arte sociale e art pour l’art, entrambi presenti e pregnanti. L’inizio è un caos, ma solo apparente, ogni volta è “una condizione di rischio” che si rinnova e che accetta generando un oggetto quadro astratto impregnato di quell’idea di forza che sta nell’idea dell’arte di Brancusi: forza che sta dentro ed oltre la forma.

Antonio Ferrari: un’amante dell’arte, della pittura, riconducibili ad una corrente definita “primitivismo concettuale” grazie alla rappresentazione concettuale di temi sociali, religiosi e contemporanei. Una pittura densa dal cromatismo forte estraneo ai modi e agli strumenti di una cultura sentita come intellettualistica e distratta da valori non alienati, quali natura e nostalgia. Il tema dei personaggi è sempre presente nella produzione artistica del pittore, sono costruzioni povere che dialogano con la campagna, con l’ambiente rurale, con la sua storia; li troviamo in moltissimi dipinti, quasi a confondersi tra le pennellate materiche e i colori accesi degli sfondi, delle croci dei campanili, visioni offerte dal suo impegno quotidiano custode del cimitero del suo paese a cui il nostro artista presta l’assoluta attenzione.

Agatino Furnari: sceglie un originale linguaggio espressivo legato ad una personale tecnica innovativa, la scelta di utilizzare cavi elettrici già impiegati altrimenti dannosi per l’ambiente, in questo modo dona nuova vita ad oggetti oramai inutili riutilizzandoli in modo creativo e del tutto originale.  Attraverso la manualità creativa Agatino riesce con l’uso di semplici materiali ad animare le sue opere, dapprima tramite il disegno, le immagini prendono vita grazie alla sua straordinaria sensibilità, successivamente li ricopre con cavi elettrici e chiodini metallici che completano l’opera.

Viviana Gris: presenta una serie di dipinti astratti rielaborazioni con l’uso del computer dove gli permette di spaziare con forme e colori diversi, oltre a dipinti su tavola con tecnica mista olio e acrilico, dai soggetti più vari. Nascono così opere che sembrano dipinti informali, anche se la sua passione è per la figurazione prediligendo i temi religiosi. E’ autodidatta ma la passione per l’arte la porta a sperimentare varie tecniche artistiche dove trova la sua spiritualità. L’artista trova nell’arte la sua dimensione e lo spirito di una vita a nutrimento culturale che la guida verso percorsi intensi e appaganti.

Francesca Lunardo: le forme inconsuete, screziate da sottili cenni decorativi, sono riprese dalla memoria, talvolta rielaborate dalla tradizione classica oppure nate da sperimentazioni tecniche sempre e comunque osservate con un sentimento d’incanto fanciullesco cioè con la freschezza di chi non esita a guardare la realtà come fosse la prima volta. Attraverso un segno di ispirazione Noveau ed un colorismo vivace e simbolico, Francesca ci invita a cogliere l’anima sottesa delle sue intense ceramiche.

Giovanni Pinosio: è un giovane artista veneziano con alle spalle quei necessari studi Accademici che gli permettono di muoversi con sicurezza tra “le belle arti”, privilegiando tra queste il disegno e la scultura. O meglio, una sua originalissima fusione tra il piano del disegno e la tridimensionalità della scultura che egli realizza mettendo in campo, nella costituzione della “figura”, elementi complessi come vuoto e immaterialità. Immaginiamo la grafite della matita che scorre sul foglio bianco a comporre porzioni ibride di figura è l’uomo al centro della ricerca, un uomo maschile ma sessualmente non caratterizzato. Compaiono tracce di un tronco, ora di una mano che vibra e quel gesto viene replicato occupando lo spazio ora soltanto un moncone di una gamba. Il nostro corpo è denso involucro di carne che appoggia sullo scheletro portante. Pinosio, con le sue opere, rovescia il dentro e il fuori: è lo scheletro in fil di ferro a formare la figura, mai realmente compiuta. Ibrida anch’essa.

Massimo Puppi: nato a Venezia il 6 gennaio 1956. Dopo essersi diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Venezia, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove frequenta il corso di pittura del maestro Emilio Vedova. Lasciata l’Accademia, trova altri stimoli per la sua formazione alla Scuola Internazionale della Grafica di Venezia, dove segue il corso di tecniche sperimentali tenuto dal maestro Riccardo Licata. Dal 1980 al 1985 il “silenzio assoluto”: un periodo di ripensamento sull’arte contemporanea, preludio di una scelta radicale che lo porta ad allontanarsi dall’attività espositiva e a rifugiarsi nel proprio studio. Gli anni che seguono sono dedicati ad una costante ed appassionata ricerca e sperimentazione di un linguaggio personale che si snoda lungo i percorsi della memoria e del quotidiano, del passato e del presente.

Sabina Romanin: dopo una laurea in lingue e letterature straniere all’Università di Ca’ Foscari, ha conseguito il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e frequentato l’Accademia di Plymouth (GB), con borsa di studio Erasmus. La sua ricerca artistica è orientata all’arte tessile includendo libri d’artista, poesia visiva, installazioni e azioni performative in Italia e all’estero. Nell’ambito di questa ricerca, la ritrattistica ha assunto un ruolo centrale per l’efficacia nella resa psicologica dei soggetti presentati, ritratti attraverso il ricamo con macchina da cucire.

Maggie Siner: di formazione classica, Siner usa i materiali tradizionali della pittura ad olio, ma con un approccio moderno. È tra i pochi artisti d’oggi che lavorano esclusivamente dal vero, esplorando bellezza e significato in un mondo visivo fuggevole. Questo aspetto, insieme alla sua abilità tecnica e alle non grandi dimensioni delle sue opere, la rendono un’eccezione nel mondo artistico contemporaneo. La sua pittura “di percezione” è centrata su “come vediamo veramente, come reagiamo al colore e alla forma in modo fisico ed emotivo; come si muovono e si spostano i nostri occhi, e come si fermano su un bordo o saltano su un punto di contrasto; la nostra sensibilità al verticale e all’orizzontale, come un colore altera un altro, come le forme creano del peso e del movimento, e fanno muovere i nostri occhi lungo una traiettoria”

Anna Zinato: è un’artista multidisciplinare con sede a Toronto e Venezia. L’artista ha iniziato a dipingere all’età di diciassette anni e non si è mai fermata, anche quando è diventata madre di due figlie. Nata e cresciuta a Venezia, che ha influenzato il suo piacere per l’arte che la circondava.  Anna ama sempre creare e sperimentare nuove tecniche. In una sua intervista l’artista dichiara: “La pittura mi permette di liberare ciò che ho dentro attraverso un mezzo creativo dandomi un senso di libertà e liberazione. La creazione di arte libera la mia mente per esprimere tutti i pensieri e i sentimenti tenuti prigionieri all’interno dei confini della mia immaginazione. La pittura mi permette anche di catturare un’immagine e trasformarla in ciò che vedo attraverso le lenti del mio cuore e catturarla per sempre su tela.

La mostra è visitabile fino a Giovedì 30 Gennaio 2020, è organizzata dalla galleria VISIONI ALTRE.

apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 19.00 – Ingresso libero

Si inaugura sabato 26 ottobre 2019, alle 18.00 presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA (VE), la personale dell’artista Stefano Reolon “IL RE NUDO” testo e presentazione critica a cura di Barbara Codogno.

La mostra, visitabile fino a domenica 10 novembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

COMUNICATO STAMPA

Solo lo sguardo innocente di un fanciullo, nella celebre favola di Andersen, smaschera l’ipocrisia degli abiti invisibili del Re. Perché il Re è nudo, non indossa nessun abito “invisibile”. Quell’invisibilità inesistente, adottata come stratagemma, potrebbe essere tradotta come movimento di sottrazione: togliere gli orpelli – culturali e morali – per far emergere la verità.

Ci appare il corpo del Re, stanato attraverso l’astuzia del gioco di parole. Il corpo però si crede vestito, protetto da abiti invisibili, e proprio per questo mostra il suo vero volto: la nudità.
Per arrivare alla verità – che per definizione è nuda – abbiamo spesso bisogno di ricondurre il linguaggio a un processo fisico: partorire la verità, la bocca della verità, la voce della verità… Volenti o nolenti, il corpo nudo è il centro assoluto dalla ricerca sulla verità.

È il corpo che nasce e muore, svelando il movimento misterioso che chiamiamo “vita”.
La religione racconta di un santo corpo che nasce da un ventre vergine fecondato dallo Spirito Santo – dal mistero della vita al miracolo teologico – e la filosofia ha subito a lungo il fascino della partenogenesi; eppure il corpo nasce nudo dopo l’incontro sessuale di corpi, anch’essi nudi, almeno nella loro genitalità. Grandi pensatori del ‘900 hanno fatto dell’erotismo il centro della loro riflessione filosofica, riconsiderando il corpo, la nudità e la sessualità come elementi di verità, e bellezza. Così è per Reolon. Lo sguardo puro che l’artista traghetta sui maestosi tenerissimi corpi che ritrae, inondandoli con luce vertiginosa di verità, toglie necessariamente i veli dell’ipocrisia. E dell’oscurantismo che ha trattenuto e relegato il dirsi del corpo nel peccaminoso.

Togliendo le maschere, le ambiguità, i travestimenti, i cliché prevaricanti degli status con cui vestiamo l’abito e ci consegna, non più un Re folle, ma, finalmente, l’Uomo. In tutta la sua fragilità, umanità, dolcezza. Nella sua verità. Con tutta la sua bellezza. Coerente col suo percorso di ricerca estetico e intellettuale, Reolon organizza per questa personale, dal potente tratto lirico, una quindicina di opere che raccontano l’Uomo attraverso la verità del suo corpo. Nudo.

Mi piace pensare alle opere di Reolon come a una pittura di formazione.
I suoi dipinti raccontano infatti la storia, intensa e appassionante, di un Uomo che ha scelto di diventare sé stesso. Esplorando la vertigine della moltitudine dei corpi, fidandosi e affidandosi alla verità misteriosa della carne, insieme fragile, vulnerabile, eroica, pura e ingannevole.

I tanti volti dell’Uomo che Reolon racconta su tela hanno sguardi talvolta compiaciuti e rapaci, altre volte smarriti e innocenti.
Come a dire che, una volta appurata l’unica verità, quella del corpo, possiamo finalmente guardare oltre la carne. Grazie ad essa, alla sua verità, incontriamo l’anima, i tanti mutevoli pensieri che oscillano tra pena, angoscia ed estasi. Sentimenti che l’autore traduce nella contorsione delle membra, da quella spalla che spinge in avanti, da uno sguardo fiero che sfida il giudizio di chi osserva.

Ma non è provocazione quella di Reolon, piuttosto una liberazione: il corpo incatenato e trattenuto finalmente respira e si racconta, in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue contraddizioni.
Sempre bello, tenero; autentico.

La forza dell’artista è anche quella di rendere assolutamente contemporaneo un corpo che sembra arrivarci direttamente dalla pittura classica. L’Uomo di Reolon è un uomo del nostro tempo, parla all’uomo di oggi eppure ha in sé tutta la grande storia dell’arte.

Non solo per la forza delle pose o per la temperatura dei colori che Reolon crea artigianalmente inseguendo le antiche e perfette sapienze dei grandi Maestri, ma anche a partire dalla centralità del corpo nudo che regna sovrana, dal nudo eroico dei greci al nudo estetico del Rinascimento.

I dipinti di Reolon ricordano grandi autori come Botticelli, Tiziano, Caravaggio e Rubens, forse il più amato dall’artista, che ne rintraccia senz’altro monumentalità, carnalità e quel senso di assoluta sazietà che trasmettono i suoi corpi sovrani.
I corpi di Reolon diventano quindi iconici nella loro volontà di dirsi, nel coraggio di raccontarsi.

Un tumultuoso viaggio nell’animo umano che ci regala inaspettati traguardi con

tregue di pace, bellezza e felicità.

Barbara Codogno

Stefano Reolon, classe 1964. Accademia Belle Arti Venezia. Diploma di Laurea in Scenografia e Costume 1988. Fa esperienze importanti come assistente personale ai Costumi con M. L. Amadei presso Arena e Filarmonico di Verona. Lavora diversi anni come scenografo a RAI UNO – Roma come assistente di G. Castelli. La grande passione per l’arte lo porta a una personale ricerca artistica che prosegue fino ad oggi. Pittore, disegnatore e fotografo. Da qualche anno anche docente di Disegno e Storia dell’arte.

In occasione della vernice della mostra

” IL RE NUDO”

di Stefano Reolon con

inaugurazione sabato 26 ottobre 2019 ore 18.00

l’artista sarà presente all’Oratorio di Santa Maria Assunta, SPINEA (VE).

Progetto a cura di VISIONI ALTRE

testo e presentazione critica a cura di Barbara Codogno

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.30 – 19.30 Ingresso libero

Si inaugura Mercoledì 16 Ottobre 2019, alle ore 16:00 presso la Galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918, Venezia “MILANO INCONTRA VENEZIA” opere di Alessandro Bestiani.

Alessandro Bestiani nasce a Milano il 29 Giugno del 1957, la sua passione per l’arte ha inizio all’età di 7 anni quando vede per la prima volta il padre dipingere.
Ha seguito per diversi anni corsi d’arte: sei anni di disegno, cinque anni di acquerello e tre anni di pittura ad olio.

L’artista ha studiato a Milano dove ha vissuto l’entusiasmo creativo e produttivo degli anni 70-80, alcune sue opere rappresentano la città con le sue luci e con veri e propri simboli come lo storico tram 23. L’artista ama la frenesia di Milano e ha il desiderio che le persone che guarderanno i suoi quadri rimanessero affascinati da questa meravigliosa città.

Alessandro Bestiani è affascinato dalla luce, dai colori e dal bello, l’artista mostra nelle sue opere un profondo interesse per la natura, che rappresenta in tutte le sue manifestazioni, e soprattutto per le figure umane, concentrandosi molto sull’espressività dei soggetti raffigurati.

Le sue opere rimandano ai suoi stati d’animo, molto mutevoli che lo indirizzano ogni volta ad eseguire opere diverse, sia nella scelta del soggetti che nella tecnica di esecuzione.

L’artista utilizza diverse tecniche quali: acquerello, olio, grafite,china , pastelli, matite colorate concentrandosi sempre sulla ricerca d’emozioni.

Il suo obiettivo è quello di riuscire a far emozionare le persone che guarderanno i suoi quadri cercando di far provare al visitatore lo stupore e la meraviglia che l’Italia ci regala ogni giorno.

La mostra,è visitabile fino al 31 Ottobre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE In occasione dell’inaugurazione della mostra “MILANO INCONTRA VENEZIA” di

Alessandro Bestiani alle ore 16.00 l’artista sarà presente.

Apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 19:00- Ingresso Libero

Si inaugura sabato 5 ottobre 2019, alle 19.00 presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA (VE), la personale dell’artista Elisabetta Mariuzzo “THE GARDEN” testo e presentazione critica a cura di Ruggero D’Autilia.

La mostra, visitabile fino a domenica 20 ottobre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

COMUNICATO STAMPA

Nella ricerca della verità sii pronto a imbatterti nell’inatteso,                     poiché essa è difficile da trovare, e, una volta trovata, stupefacente.  ERACLITO

Le opere oggetto di questa mostra, raccolte sotto il titolo evocativo di The Garden, appartengono a un ciclo pittorico che ha impegnato Elisabetta Mariuzzo sia su un piano quasi archeologico sia su un altro più immaginifico – artistico. L’attenzione dell’artista si è incentrata su un certo numero di fotografie bollate e scartate dal legittimo proprietario come inutili e obsolete, scatti malriusciti, dimenticati in un qualsiasi cassetto.
Il nodo si spiega in una pratica concettuale che va sotto il nome di photo trouvée – definizione riportata in un testo fondamentale quale “La furia delle immagini” di Joan Fontcuberta – un ambito cioè della postfotografia, sostanziandosi proprio della sensibilità dell’artista che guarda con occhi nuovi l’oggetto altrimenti obliato. Operando chimicamente con solventi e vernici e più tradizionalmente con pigmenti a olio, a volte graffiando, altre volte lusingando le immagini, l’artista realizza una proiezione della propria identità e della propria memoria dopo anni di pratica pittorica, allungando così la vita al sembiante originale. Il tempo ascritto alla photo trouvée prevede un effetto di selezione e di riciclo, un tempo di seconda mano. Alla stregua di un rigattiere o un raccoglitore di rifiuti, l’artista satura d’intenzioni e funzioni quegli oggetti che hanno perso quelle originali e che, in questo caso, diventano icone di senso e bellezza altra. Elisabetta Mariuzzo interrompe così l’anonimato autoreferenziale di foto private, disnaturate dal loro significato e contesto iniziale, per generare un nuovo potenziale creativo. L’appropriazione, o meglio, l’adozione di queste immagini, apre così un nuovo spazio di lettura e interpretazione, un giardino confidenziale da esplorare con gli occhi di un bambino che ci volge le spalle – come in un quadro di HammershØi – mentre, assorto, studia una mappa.
L’etimologia di giardino è riconducibile al termine “paradiso”, attraverso una costante linguistica che va dal persiano all’ebraico al greco. The Garden richiama, da un lato, l’idea di giardino come spazio fisico e reale, dall’altro, uno spazio metaforico e allusivo, una metafora della condizione umana, fatta di un interno ed un esterno dei quali limite e separazione non ci sono noti. Nell’iconografia alchemica il giardino rappresenta una contrada a cui è possibile accedere attraverso una stretta porta e soltanto a condizione di aver superato grandi fatiche e difficoltà. Il margine d’entrata è il simbolo del passaggio: quando l’uomo supera il confine modifica la sua condizione, mentre al di fuori trova il caos, i dubbi e le incertezze.

Elisabetta Mariuzzo è artista, giovane, che conosce e pratica i codici culturali e artistici del tempo presente e, ciononostante, realizza un nomadismo che spazia nei secoli della tradizione storica e artistica del linguaggio figurativo. È a tal proposito che il suo progetto, “The Garden”, è realizzato in una logica site-specific, nel rispetto della memoria di un luogo come l’Oratorio di Santa Maria Assunta di Spinea che vanta nelle sue pietre non solo l’eco del sacro e dell’incenso, ma anche il segno di mani magistrali che hanno impresso, col tratto e col colore, la fede e la grazia nel nome della bellezza suprema. Alla mistica di una mappa celeste, fatta di sinopie e lacerti d’affreschi prerinascimentali, l’artista oppone una mappa terrena dove è solo apparente il richiamo a una Arcadia felix. Più opportuno, forse, è il rimando a un testo di Borges, “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, dove le esistenze dei personaggi trovano conseguenze diverse a seconda dei percorsi intrapresi come, appunto, in The Garden, luogo nel quale si intrecciano storie e malie. L’artista colloca a livello del pavimento, su una lastra tombale, un’opera specchiante e raffigurante un ovino in atto di leggere un libro di sole immagini. Il simbolismo mistico del giardino persiano riporta, in particolare, l’attrattiva primaria di una fontana centrale o di un laghetto all’interno dello spazio verde, uno specchio d’acqua dove ognuno concentra le proprie fantasie, trovandovi pace e ristoro. Dopo Michelangelo Pistoletto, la collocazione dei quadri specchianti non più ad altezza finestre, come secondo tradizione sono appesi i quadri, bensì sul pavimento, permette che essi aprano un gate attraverso il quale l’ambiente in cui sono esposti si prolunga nello spazio virtuale dell’opera, un varco che mette in comunicazione arte e vita.

Guadagnare la soglia significa, allora, interrogare l’oracolo in corpo d’ovino che, come l’asino dei “Caprichos” di Goya, riflette sempre e soltanto la nostra vanitas.

” THE GARDEN”
di Elisabetta Mariuzzo
con
inaugurazione sabato 5 ottobre 2019 ore 19.00
l’artista sarà presente all’Oratorio di Santa Maria Assunta, SPINEA (VE).

Progetto a cura di VISIONI ALTRE

testo e presentazione critica a cura di Ruggero D’Autilia

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.30 – 19.30 Ingresso libero

www.visionialtre.com – infovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

Oratorio di Santa Maria Assunta, via Rossignago, SPINEA – Venezia

Si inaugura domenica 6 ottobre 2019, alle ore 18.00

presso la Galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918 VENEZIA

“IL LABIRINTO DELLE EMOZIONI”

opere pittoriche di Carlo Vercelli.

Il lavoro di Carlo Vercelli offre nuovi spunti di riflessione per affrontare la complessa realtà contemporanea. Sfidare “il labirinto delle emozioni” significa suggerire delle vie d’uscita, dove l’artista guida il visitatore a considerare gli aspetti precari dell’esistenza, mostrando e condividendo il proprio vissuto e riprendendo il cammino all’infinito una volta trovata la via. Con la propria poetica e ricerca, Vercelli si offre al visitatore in un itinerario espositivo senza interruzioni, ma anche senza inizio e senza fine, con numerose e sempre rinnovate possibilità di scelta. Venezia è la città che più si presta ad ospitare il suo percorso, in quanto essa stessa è un labirinto in continua mutazione, ma senza perdere se’ stessa e la propria identità.

Le opere di Carlo Vercelli dialogano fra di loro e si sovrappongono in una mostra pensata come in un groviglio di linee e di forme solo all’apparenza in disaccordo, ma assemblate rigorosamente in una struttura spazio-temporale dove la sola azione concessa è cercare la via d’uscita e che si aprono ad interpretazioni parallele. L’essenza labirintica è proprio questo; la costante diversione dal fine ultimo di questo spazio, come se ogni passo, invece di avvicinare alla meta, la facesse via via dimenticare, alla ricerca di un nuovo senso. E’ così che si può ricominciare gustando il percorso, senza l’affanno del traguardo.

Le sue interpretazioni ci descrivono una parte del suo percorso artistico lungo e spesso doloroso, dove le emozioni devono spesso fare i conti con negoziazioni e rotture, fallimenti e gioie, ma che lo fanno proseguire alla ricerca di continui mutamenti e che assumono la forma di brevi e temporanee assegnazioni di senso, alla sperimentazione e alla comprensione di se’.

Carlo Vercelli nasce a Savona nel 1956; consegue la Maturità Artistica, e il Diploma di Accademia di Belle Arti sezione pittura a Milano.
L’artista trova la libertà di esprimere i propri sentimenti attraverso la pittura. Il suo carattere lo porta a preferire i pennelli e le mani che definisce ”i suoi strumenti primari” al posto delle parole. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, frequenta per diversi anni la Famiglia Artistica Milanese, culla della Scapigliatura Lombarda, dove lavora e impara da maestri come Eros Pellini, Renzo Zacchetti e Uggeri, che contribuiscono a rendere la sua una vita piena di sfumature, sia a colori che in scala di grigi, proprio come gli oli e le tempere che con pennellate decise ed energiche imprime sulle tele.

Ha al suo attivo numerose collettive e personali.
La mostra, visitabile fino a martedì 15 ottobre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della vernice della mostra

“IL LABIRINTO DELLE EMOZIONI” di Carlo Vercelli con inaugurazione domenica 6 ottobre 2019 alle ore 18.00 l’artista sarà presente.

apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 19.00 – Ingresso libero

L’esposizione “IL LABIRINTO DELLE EMOZIONI” di Carlo Vercelli proseguirà a Spinea (VE) all’Oratorio di Villa Simion in via Roma 265, dal 26 ottobre al 10 novembre con inaugurazione domenica 27 ottobre ore 17.00

www.visionialtre.com – infovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

VISIONI ALTRE – Campo del Ghetto Novo 2918 – Venezia