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Si inaugura sabato 7 dicembre 2019, alle 17.00, presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA (VE),

la personale dell’artista Giancaterino “GERMOGLIAZIONI”

a cura di Visioni Altre, presentazione critica a cura di Cecilia Giancaterino.

La mostra, visitabile fino a domenica 15 dicembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

Un artista si aggira nel contemporaneo nel tentativo di comunicare con la natura.
ConLa goccia dell’acqua”, con “Chicco e germogli”, Antonio Giancaterino mette in scena 
una serie di spunti significativi della personale dal titolo “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura cultura ed ecologia in mostra  opere scultoree in bronzo e terracotta che documentano il percorso artistico realizzato dall’artista veneziano negli ultimi anni attorno a tematiche quali i cambiamenti climatici, il rapporto uomo-natura e il mutamento dei confini. 

I cambiamenti climatici e la responsabilità individuale sono l’immagine costante a cui il lavoro di Giancaterino fa riferimento. “L’acqua crea un ambiente che sostiene e nutre piante, animali ed esseri umani, rendendo la Terra in generale perfetta per la vita”. Il mondo di oggi invece fornisce molti esempi di devastazione ambientale che ci avvertono di come l’utilizzo di acqua abbia dei limiti naturali. Ed è proprio in questo contesto che l’artista anticipa i tempi con “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura, cultura ed ecologia” invitando a riflettere sui cicli di produzione della “terra”.

Dal progetto “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura ed ecologia” emerge l’intento di spostare l’arte all’esterno, per veicolare messaggi forti. In questo processo quale significato assume per lei la scultura? “Per me l’arte è comunicare e l’ecologia è parte del dialogo con il contemporaneo. Per cercare di raggiungere un pubblico più ampio possibile forzo spesso le strutture monolitiche dei musei proponendo progetti in progress e coinvolgendo gli spettatori in progetti collaborativi. In quest’ottica non creo oggetti, ma costruisco progetti articolati, installazioni che invitano alla riflessione.

 In questa personale l’artista recupera gli elementi naturali affondando le mani nella terra che è nella sua personale matrice contadina, tanto da portarli a un’espressione artistica.

Il fil-rouge delle opere è la memoria personale o collettiva che affiora nel presente sotto forma di opera d’arte.

L’artista con l’istallazione “Germogliazioni. Visioni tra confini, natura ed ecologia” ci invita a condividere una riflessione ecologica, nonché ad una sensibilizzazione ambientale intesa come salvaguardia degli alberi, della “terra” e dell’essere umano.

Può parlarci del percorso espositivo di “Germogliazioni”?    
Con questa installazione invito a riflettere insieme sulla “terra” e i suoi cicli “naturali”.

Il percorso espositivo prende avvio all’interno della cappella affrescata del 1300. L’opera “Chicco e germogli” è messa in posizione verticale, al centro della navata. Dalla sommità escono le radici che procedono verso terra e fungono da sostegno.. sempre alla sommità esce il germoglio che va verso l’alto. Tutto questo è appoggiato su uno strato di carbone dal diametro di 2 cm circa dal quale parte una striscia di carbone che conduce all’altare dove troviamo l’opera “La goccia dell’acqua”.

Antonio Giancaterino vive e lavora a Venezia, ha insegnato presso il liceo Artistico di Venezia. 

Dal 1976 al 2008 ha partecipato a mostre personali e collettive in Italia e all’estero; ha realizzato sculture per allestimenti teatrali in Italia e all’estero, è stato curatore di personali e collettive. Alcune sue opere sono presenti nel museo d’arte moderna di Ca’Pesaro-Venezia, nel museo Quercini Stampalia-Venezia, nella Fondazione Bob Wilson-S.Antonio del Texas-U.S.A. 

GERMOGLIAZIONI”

di Giancaterino

inaugurazione sabato 7 dicembre 2019 ore 17.00

l’artista sarà presente all’Oratorio di Santa Maria Assunta, SPINEA (VE).

 Progetto a cura di VISIONI ALTRE

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.00 – 19.00

Ingresso libero

www.visionialtre.cominfovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

Oratorio di Santa Maria Assunta, via Rossignago, SPINEA – Venezia

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Si inaugura domenica 17 novembre 2019, alle ore 17.00 presso L’oratorio di Villa Simion SPINEA (VE), “AD ETERNA MEMORIA” opere di Giulio Malfer, presentazione e testo critico a cura di Erika Lacava.

La mostra, visitabile fino a domenica 1° dicembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE | Adolfina de Stefani con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

Qualcuno avrà notato con quale ipnotica lentezza battano le ciglia di un bambino che ascolta un vecchio rievocare; come le labbra si schiudano febbrili, la saliva passi lenta attraverso la gola. Non è di ilarità la sua espressione, mentre tutto il corpo si stringe contro le antiche ginocchia. C’è in lui la tensione degli animali in muta, degli insetti in metamorfosi. Egli sta crescendo, in quegli attimi; sta bevendo con voluttà e tremore alla fontana della memoria.

Cristina Campo, Gli imperdonabili

Come agisce la memoria, da quali profondità arriva e perché ci ritorna facilmente? A volte basta un odore per suscitare il ricordo, un luogo, una sensazione. La madeleine di Proust. Altre volte siamo noi stessi ad attivare il ricordo volontariamente attraverso la ricerca di documenti del passato, scritti, fotografie, oggetti d’uso quotidiano ormai in disuso: materiali d’archivio a supporto della memoria. In greco il termine “memoria” ha la stessa radice di “smaniare”, desiderare, e al contempo di “martire”, colui che è testimone. Due aspetti che delineano insieme l’atto del ricordare. Teniamo traccia del passato perché non vogliamo lasciarlo andare, e d’altra parte non possiamo dimenticare perché l’esperienza vissuta ci ha segnato così profondamente da diventare un punto nodale della nostra esistenza.

La memoria interrogata da Giulio Malfer è una memoria duplice, tanto tenace quanto labile: rapace a un tempo e fragile e inerme nei confronti dell’oblio. É una memoria raccontata sulle lastre di pietra tombale, fotografie comuni consumate dal tempo, dove i lineamenti scompaiono per lasciare spazio a macchie incolori, slavate e corrose, che restituiscono l’immagine al bianco nulla in cui scompaiono i ricordi. La memoria ci abbandona se non è frequentata: “Polvere eri e polvere ritornerai”. Come si dimenticano le poesie imparate da bambini, dimentichiamo oggi la Storia, le guerre, la lotta, mentre muoiono con i Partigiani gli ultimi depositari della memoria storica della Guerra. Potremo in seguito ritrovarla nei libri, nelle carte e nei film d’epoca, ma non più negli occhi vispi che rivivono il ricordo, nel volto inciso dalle rughe profonde come cicatrici, nel fremito delle mani che hanno stretto il fucile. Per far affiorare i ricordi serve interrogarli, serve attenzione, dedizione, cura, quella che oggi solo i bambini e gli storici riescono ad avere, gli uni per amore del racconto, come ricorda Cristina Campo, gli altri per quell’attitudine da “straccivendolo” di cui parla Benjamin nei Passagenwerk che porta a ricercare ovunque le tracce, i frammenti su cui si basa la storia. Mattoni che ora, più che mai, vediamo tremare. Emblematico è il caso del cane Loukanikos con cui si apre la mostra, assunto a

simbolo della rivolta durante le manifestazioni in Grecia dove si trovava sempre in prima linea contro la polizia. Dalla copertina del Time, la sua storia è finita oggi del tutto dimenticata.

La memoria chiede di essere “attivata” come una moderna installazione multimediale: si devono accendere i ricettori, sintonizzarsi sul suo canale, passarci accanto e fermarsi, dedicarle tempo. Riattiviamo e salviamo il ricordo quando stringiamo tra le mani il ritratto dei nostri cari (“Ad occhi chiusi”) tentando di salvarlo dall’incessante lavorio del tempo che ne rosicchia i lineamenti. Quando con assiduità li salutiamo ogni giorno sulla mensola su cui sono collocati come numi tutelari a protezione delle antiche case romane. Così si deve attivare la memoria del passato facendola riemergere dal buio dell’oblio, avvicinandola con la nostra attuale presenza, sfregandola come un cerino fino a che non nasce la scintilla. Serve tempo e fatica per attivare “Touch” di Giulio Malfer, fotografie stampate su carta termosensibile che, se riscaldate dal passaggio delle dita, fanno emergere i volti ormai scomparsi delle vittime della Shoa. Ci viene richiesto tempo e fatica per leggere i racconti scritti bianco su bianco delle loro storie, in un rilievo sottile che si intravede appena se visto in controluce. O i caratteri piccolissimi con cui Malfer scrive sul vetro la storia dei Partigiani, dimensioni che impongono un avvicinamento, una sospensione della visione a distanza tipica dello spettatore che fa superare le barriere ed entrare in quella sfera confidenziale che la prossemica definisce intima. Da questa distanza possiamo scorgere le mille e mille rughe nel palmo della mano di un vecchio reduce del fronte del Don, gli occhi che si accendono nella cavità oculare, che ci fanno immergere empaticamente nei ricordi come se fossero i nostri. Se il compito del fotografo è documentare, Giulio Malfer ci aggiunge quello del filosofo perché interroga, scompagina certezze e non propone soluzioni. Tutta l’operazione di Malfer è un invito all’approfondimento e alla lentezza, direzioni contrarie al moto attuale che brucia e consuma le esperienze attribuendo loro le caratteristiche spettacolari e temporanee di un evento. Una denuncia sottile della società dell’immagine, della sua ingordigia nei confronti della realtà e della fagocitazione del racconto. Della sua supremazia sul concetto, sulla storia che sta dietro ogni volto, sul sentire. Le fotografie di Malfer sono un invito oggi a non dimenticare: un monito, un promemoria per i tempi futuri, “A futura memoria”.

Giulio Malfer

Giulio Malfer è nato a Rovereto Italy. Studia Agraria all’Università di Padova e Architettura all’Università di Firenze, dove frequenta il corso di fotografia alla Scuola Internazionale “f 64” e, sempre a Firenze, frequenta il corso di fotografia di moda diretto da Leonardo Maniscalchi. A Milano, Bologna, Firenze, frequenta vari stage con fotografi di fama internazionale. Nel 1990 inizia l’attività di fotografo nel campo pubblicitario e industriale, collaborando con diverse agenzie. Dal 1995 si dedica esclusivamente alla fotografia di moda nel settore delle scarpe. Collabora in modo continuativo con varie istituzioni pubbliche e musei, tra cui il Museo Storico della Guerra, la rassegna Montagna Libri, la rassegna Internazionale Film Archeologia, i Musei Civici di Rovereto, l’Assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento, il Museo Retico, l’Istituto Culturale Ladino. Collabora con il Centro internazionale d’arte “ArteStruktura” di Milano realizzando una ricerca fotografica sul ritratto ad artisti che durerà 5 anni. Nel 1996 con il progetto “Sguardi dall’Alto” inizia i

lavori ritrattistici che lo portano ad impegnarsi per anni su temi diversi: “Partigiani”, “Senza Ritorno”, “Indagini Alpine”, “Lavoro Sporco”, “Bosnia”, “Adotto un’Anima”, “Touch” (realizzato con la collaborazione del fotoreporter Piero Cavagna). Collabora all’installazione di Franco Vaccari “Transiberia” a Transart Rovereto e partecipa alla performance dell’artista Greta Frau ad Arco. Suoi lavori sono conservati presso il Centro internazionale arte “ArteStruktura”, il Museo Ladino, l’Archivio del Museo di Meubourge, l’Archivio Fondazione Querini Stampalia, la collezione del Museo del territorio Biellese, l’Archivio del Museo Civico di Rovereto, il Museo Retico. Attualmente vive tra Rovereto e il resto del mondo.

La mostra, visitabile dal 16 novembre al 1° dicembre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della vernice della mostra “AD ETERNA MEMORIA” di Giulio Malfer con inaugurazione domenica 17 novembre 2019 alle ore 17.00 l’artista sarà presente.

Si inaugura sabato 16 novembre 2019, alle ore 17.00 presso L’oratorio di Santa Maria Assunta “Dall’IMMAGINARIO” opere di Antonio Zago, presentazione critica a cura di Adolfina de Stefani. Durante l’inaugurazione Anna Zago legge “VORREI NASCERE IN TUTTI I PAESI” – di Serghej Evtushenko, e “ IO RINGRAZIARE DESIDERO” – di Mariangela Gualtieri

La mostra, visitabile fino a domenica 1° dicembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE | Adolfina de Stefani con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

GRANDE CANTORE E’ COLUI CHE CANTA I NOSTRI SILENZI (Kahlil Gibran 1883 / 1931 – sabbia e spuma)

Le opere che l’artista Antonio Zago presenta in questo percorso espositivo spaziano dalla pittura al segno, alla decorazione e dall’incontro in età giovane con l’arte del vetro soffiato caratteristica dell’ambiente veneziano.
Il titolo scelto per questa esposizione DALL’IMMAGINARIO ci porta a pensare che il nostro autore rinuncia fin dall’inizio a forme rigorose quali la figura ma si cimenta nella interpretazione del non reale. D’altronde Antonio Zago coglie appieno la lezione dell’inizio del novecento e cioè ricerca attraverso il cromatismo le forme e le linee che lo riconducono ad esprimere concetti.

Le sue tele sono una stratificazione di segni e colori, riconducibili a sogni immaginari, a silenzi e percorsi dell’anima, sentimenti interiori dove la rappresentazione è estranea ad immagini reali ma rappresenta emozioni che l’artista riporta sulla tela, e che imprime i sui significati attraverso la gestualità, la materia e la sperimentazione.

L’opera “l’albero delle tre bacche rosse” ne è una dimostrazione, ci troviamo di fronte ad un’opera che esce totalmente dalla visione reale dell’albero in quanto nella sua rappresentazione non esistono ne il colore, ne le linee che compongono foglie o rami, ma l’immagine si presenta monocromatica l’uso quindi del bianco su un fondo nero, come il nero su fondo bianco eppure noi possiamo leggere in questo intreccio la forma astratta di un albero con una serie di segni molto materici che compongono una massa. L’aspetto che incuriosisce in questo dipinto sono le tre pennellate rosse che fuoriescono dalla massa bianca e nera, potrebbero essere bacche rosse come sottolineano il titolo ma penso che per l’artista abbia altri significati più intimi e forse dolorosi. Questo è l’aspetto più interessante nella pittura astratta, proprio la nostra difficoltà di penetrare nel pensiero profondo dell’animo dell’autore, ma suggerisce un percorso personale e ad una interpretazione legata alle proprie esperienze emozionali.

In “Cattedrale” l’immagine astratta del dipinto ci riconduce in una Venezia molto cara al pittore in quanto la città lagunare è il luogo per eccellenza per le

sperimentazioni artistiche dove l’artista ha potuto sperimentare tecniche nuove e la creazione di opere in vetro.

Antonio Zago nasce a Bovolenta (PD) nel 44 dove vive e lavora. E’ autodidatta. Dipinge da quando era giovanissimo, sempre alla ricerca di nuove espressioni pittoriche, studiando i grandi maestri dell’informale: de Cooning, Pollock, Rothko, Afro, Tancredi e Parmeggiani.

Nel 1982 con altri cinque artisti veneti, ho fondato il gruppo pittorico, artistico, culturale ” La Matita”, curato dal critico padovano Giorgio Segato, scomparso alcuni anni fa, esponendo in gallerie pubbliche e private sia in Italia che all’estero.

Dal 1992, ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla pittura, grazie anche all’amorevole appoggio di sua moglie Mirella.

Successivamente, con coerenza e disciplina, ha dipinto paesaggi, tramonti, fiori, uccelli e in particolare le nuvole che nel continuo emigrare del loro dissolversi, sono fonte di ispirazione, come lo furono per molti altri artisti, come l’osservazione delle chiome degli alberi, negli spazi vuoti disegnati dalle foglie, mentre dialogano, tremolando, tra i rami.

La “sua” pittura l’ha scoperta leggendo fra le pareti di una piccola stanza o in spazi aperti dove l’occhio non vede limite, camminando sotto portici antichi, tra graffi e imbrattature, riconoscendo in quei segni istintivi, primordiali, le tracce di esistenze irrequiete, che si specchiano nel suo inconscio. Esistenze che lo appartengono.

Tracce e segni, che, come geroglifici del contemporaneo, diventino sulla tela immagini sottratte all’arte figurativa, che incarnano, il processo creativo, l’essenza e l’anima della pittura informale.

Da destrimano per educazione, forza l’uso della mano sinistra, la mano irrazionale, a dipingere il caos, per poi trovare ordine e sviluppo tramite l’atto del raschiare: la tela, diventata muro intonacato da pigmenti ad olio, su diversi piani, i quali liberano luce viva dal colore e raccontano silenzi germinativi, trasformando il grattage nell’essenza surrealista del suo inconscio.

La mostra, visitabile fino a domenica 10 novembre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della vernice della mostra “dall’IMMAGINARIO” di Antonio Zago con inaugurazione sabato 16 novembre 2019 alle ore 17.00 l’artista sarà presente.

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.00 – 19.00 – Ingresso libero

Si inaugura Sabato 9 Novembre 2019 alle ore 18:00, aperta dal 1 Novembre al 30 Gennaio 2020 “My Life on Hold”, una collettiva a cura di Adolfina De Stefani con la collaborazione di Riccardo Bencini, ospitata nella galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918, Venezia.

“My life on hold” – La mia vita sospesa

Con la collettiva “My life on hold” – La mia vita sospesa lo spazio espositivo Visioni Altre invita artisti VISIVI di ogni provenienza stilistica e linguistica a raccontare STORIE ATTRAVERSO LA CREATIVITA’ CHE SAPPIANO STIMOLARE E COINVOLGERE IL VISITATORE IN NUOVI PERCORSI DI RIFLESSIONE E ANALISI DELLA CONTEMPORANEITA’.

Uno sguardo critico sulla 58° Biennale d’Arte di Venezia e sulle tematiche che il direttore e curatore del progetto, Ralph Rugoff, ha individuato e proposto per l’importante appuntamento culturale ormai prossimo alla chiusura, dall’evocativo titolo “May You Live In Interesting Times” – Tempi interessanti.

La mostra, a cura di Adolfina de Stefani con la collaborazione di Riccardo Bencini, è liberamente ispirata alle tematiche della 58° Biennale di Arte Visiva di Venezia e viene proposta in concomitanza con la chiusura dell’evento.

Prendendo spunto dal significato del titolo scelto e dalle parole del curatore dell’evento veneziano: “In un’epoca nella quale la diffusione digitale di fake news e di ‘fatti alternativi’ mina il dibattito politico e la fiducia su cui questo si fonda, vale la pena soffermarsi, se possibile, per rimettere in discussione i nostri punti di riferimento”.

Gli artisti invitati sono stati chiamati ad esprimere con i propri linguaggi per elaborare e visualizzare una riflessione su tematiche sociali ed etiche contemporanee e attraverso una comunicazione immediata ed efficace, in grado di muovere lo spettatore a riflessioni consapevoli e profonde sulla condizione attuale dell’individuo in rapporto alla collettività e alla sua storia odierna.

Lo spazio espositivo è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi di Venezia sia per l’interesse storico artistico che come percorso obbligato per conoscere a fondo la città di Venezia.

Durante il periodo espositivo Visioni Altre organizza degli incontri culturali ogni giovedì del mese dalle ore 18:00 con argomenti specifici inerenti a temi proposti dagli artisti con le proprie opere esposte in galleria.

Piero Bagolini: la sua pittura è centrata sul paesaggio urbano e sul ritratto. Dipinge ricordi o esperienze vissute con rappresentazioni quasi astratte dove si possono cogliere dagli strati di colore la composizione formale senza l’esagerazione della forma realistica. Ai suoi soggetti preferisce togliere più che aggiungere senza nascondere quasi a velare i soggetti. Usa la tempera, l’acrilico e l’olio.

Enrico Baracco: l’arte per viverla bisogna amarla, l’arte è un viaggio interiore, l’arte è studio, dedizione, passione e sacrificio ma anche estasi, ebrezza e gioia. L’arte è espressione pura, un gesto d’amore dell’uomo per l’uomo; l’arte è la bellezza che abita le opere di Enrico Baracco; queste sono espressione che l’artista esprime sul suo lavoro fatto di incastri di tagli di immagini di creatività. La natura è la materia con cui si cimenta l’artista, l’intarsio è la tecnica che lo affascina e che come gli artisti del rinascimento, progetta, disegna, taglia in maniera che ogni singolo pezzo combaci con gli altri, un lavoro certosino che non permette errori, ogni piccolo pezzo deve riempire il suo spazio. Il legno è il protagonista nelle sue opere.

Anna Boschi: entra nel processo dell’arte verbo-visiva proprio quando, negli anni Sessanta, questo movimento prende avvio, quasi che il momento evolutivo del proprio pensiero artistico avesse trovato un ambito speculativo e fattuale particolarmente adatto e affine.  Nell’interessante e fertile “pabulum” culturale della Poesia Visiva infatti, Boschi attua e approfondisce, spaziando poi anche nelle diverse e numerose declinazioni che questa avanguardia artistica offre, il valore relazionale tra parola e pittura che diverrà la cifra riconoscibile e irrinunciabile del suo percorso artistico e della sua indagine intellettuale.

Manù Brunello: il percorso creativo dell’artista si snoda attraverso suggestioni legate alla moda ed al costume della tradizione veneziana, contaminate dalle influenze che mercanti e viaggiatori hanno donato alla città. I costanti riferimenti ai pregiati tessuti ed ai leggeri merletti, reinterpretati e trasformati dall’artista fino a diventare assolutamente unici, sono il prezioso risultato impresso sulle tele della ricerca costante, minuziosa ed appassionata nata dall’esperienza maturata nel campo della gioielleria artigianale.

Luca De Marchi: nella astrazione caotica dei dipinti di Luca De Marchi si contrappone un concetto razionale. Attraverso il colore steso sulla tela l’opera vibra di emozioni, gli sfondi calmi e delicati si sovrappongono a colori forti necessari per soddisfare il pensiero interiore evocando l’ordine e armonia annullando il conflitto. L’estetica e il bello esiste nel pensiero più profondo dell’artista non più rispettando i canoni classici dell’arte.

Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani: “Io amo molto gli alberi” ecco una frase frequente di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani artisti e performer che in questa occasione presentano “ALBERI” Quercus Ilex e Platanus Occidentalis, due grandi lastre con l’immagine stampata ad inchiostro tipografico di due alberi. Ancora una volta la natura sovrasta la visione e il pensiero poetico dei due artisti. La nudità della natura, lo scheletro dell’albero diventa per gli artisti indagine sul corpo fisico e la condizione della natura stessa che opera a favore per il rinnovamento.

Teresa di Nicolantonio: presenta una ricerca personale sul corpo umano soprattutto per il corpo femminile. Usa il colore in maniera appropriata studiando le luci e ed ombre degli sfondi per evidenziare la figura. La sua è una pennellata sicura ed intensa che dona carattere alla figura usando toni di colore ora cupi ora leggeri quasi ad evidenziare caratteri interiori delle immagine o parti del corpo. 

Paola Doria: comunica attraverso il segno ed il colore sensazioni nuove perché contemporanee “dubitando delle nozioni convenzionali e sfidandole”. (Adorno) Un dentro, un fuori, un‘arte che parla dell’uomo ed una che parla solo di se stessa. Conflitto ed affannosa ricerca. Desiderio di un equilibrio tra i due momenti ; quello oggettivo e quello soggettivo. Arte sociale e art pour l’art, entrambi presenti e pregnanti. L’inizio è un caos, ma solo apparente, ogni volta è “una condizione di rischio” che si rinnova e che accetta generando un oggetto quadro astratto impregnato di quell’idea di forza che sta nell’idea dell’arte di Brancusi: forza che sta dentro ed oltre la forma.

Antonio Ferrari: un’amante dell’arte, della pittura, riconducibili ad una corrente definita “primitivismo concettuale” grazie alla rappresentazione concettuale di temi sociali, religiosi e contemporanei. Una pittura densa dal cromatismo forte estraneo ai modi e agli strumenti di una cultura sentita come intellettualistica e distratta da valori non alienati, quali natura e nostalgia. Il tema dei personaggi è sempre presente nella produzione artistica del pittore, sono costruzioni povere che dialogano con la campagna, con l’ambiente rurale, con la sua storia; li troviamo in moltissimi dipinti, quasi a confondersi tra le pennellate materiche e i colori accesi degli sfondi, delle croci dei campanili, visioni offerte dal suo impegno quotidiano custode del cimitero del suo paese a cui il nostro artista presta l’assoluta attenzione.

Agatino Furnari: sceglie un originale linguaggio espressivo legato ad una personale tecnica innovativa, la scelta di utilizzare cavi elettrici già impiegati altrimenti dannosi per l’ambiente, in questo modo dona nuova vita ad oggetti oramai inutili riutilizzandoli in modo creativo e del tutto originale.  Attraverso la manualità creativa Agatino riesce con l’uso di semplici materiali ad animare le sue opere, dapprima tramite il disegno, le immagini prendono vita grazie alla sua straordinaria sensibilità, successivamente li ricopre con cavi elettrici e chiodini metallici che completano l’opera.

Viviana Gris: presenta una serie di dipinti astratti rielaborazioni con l’uso del computer dove gli permette di spaziare con forme e colori diversi, oltre a dipinti su tavola con tecnica mista olio e acrilico, dai soggetti più vari. Nascono così opere che sembrano dipinti informali, anche se la sua passione è per la figurazione prediligendo i temi religiosi. E’ autodidatta ma la passione per l’arte la porta a sperimentare varie tecniche artistiche dove trova la sua spiritualità. L’artista trova nell’arte la sua dimensione e lo spirito di una vita a nutrimento culturale che la guida verso percorsi intensi e appaganti.

Francesca Lunardo: le forme inconsuete, screziate da sottili cenni decorativi, sono riprese dalla memoria, talvolta rielaborate dalla tradizione classica oppure nate da sperimentazioni tecniche sempre e comunque osservate con un sentimento d’incanto fanciullesco cioè con la freschezza di chi non esita a guardare la realtà come fosse la prima volta. Attraverso un segno di ispirazione Noveau ed un colorismo vivace e simbolico, Francesca ci invita a cogliere l’anima sottesa delle sue intense ceramiche.

Giovanni Pinosio: è un giovane artista veneziano con alle spalle quei necessari studi Accademici che gli permettono di muoversi con sicurezza tra “le belle arti”, privilegiando tra queste il disegno e la scultura. O meglio, una sua originalissima fusione tra il piano del disegno e la tridimensionalità della scultura che egli realizza mettendo in campo, nella costituzione della “figura”, elementi complessi come vuoto e immaterialità. Immaginiamo la grafite della matita che scorre sul foglio bianco a comporre porzioni ibride di figura è l’uomo al centro della ricerca, un uomo maschile ma sessualmente non caratterizzato. Compaiono tracce di un tronco, ora di una mano che vibra e quel gesto viene replicato occupando lo spazio ora soltanto un moncone di una gamba. Il nostro corpo è denso involucro di carne che appoggia sullo scheletro portante. Pinosio, con le sue opere, rovescia il dentro e il fuori: è lo scheletro in fil di ferro a formare la figura, mai realmente compiuta. Ibrida anch’essa.

Massimo Puppi: nato a Venezia il 6 gennaio 1956. Dopo essersi diplomato all’Istituto Statale d’Arte di Venezia, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove frequenta il corso di pittura del maestro Emilio Vedova. Lasciata l’Accademia, trova altri stimoli per la sua formazione alla Scuola Internazionale della Grafica di Venezia, dove segue il corso di tecniche sperimentali tenuto dal maestro Riccardo Licata. Dal 1980 al 1985 il “silenzio assoluto”: un periodo di ripensamento sull’arte contemporanea, preludio di una scelta radicale che lo porta ad allontanarsi dall’attività espositiva e a rifugiarsi nel proprio studio. Gli anni che seguono sono dedicati ad una costante ed appassionata ricerca e sperimentazione di un linguaggio personale che si snoda lungo i percorsi della memoria e del quotidiano, del passato e del presente.

Sabina Romanin: dopo una laurea in lingue e letterature straniere all’Università di Ca’ Foscari, ha conseguito il diploma in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia e frequentato l’Accademia di Plymouth (GB), con borsa di studio Erasmus. La sua ricerca artistica è orientata all’arte tessile includendo libri d’artista, poesia visiva, installazioni e azioni performative in Italia e all’estero. Nell’ambito di questa ricerca, la ritrattistica ha assunto un ruolo centrale per l’efficacia nella resa psicologica dei soggetti presentati, ritratti attraverso il ricamo con macchina da cucire.

Maggie Siner: di formazione classica, Siner usa i materiali tradizionali della pittura ad olio, ma con un approccio moderno. È tra i pochi artisti d’oggi che lavorano esclusivamente dal vero, esplorando bellezza e significato in un mondo visivo fuggevole. Questo aspetto, insieme alla sua abilità tecnica e alle non grandi dimensioni delle sue opere, la rendono un’eccezione nel mondo artistico contemporaneo. La sua pittura “di percezione” è centrata su “come vediamo veramente, come reagiamo al colore e alla forma in modo fisico ed emotivo; come si muovono e si spostano i nostri occhi, e come si fermano su un bordo o saltano su un punto di contrasto; la nostra sensibilità al verticale e all’orizzontale, come un colore altera un altro, come le forme creano del peso e del movimento, e fanno muovere i nostri occhi lungo una traiettoria”

Anna Zinato: è un’artista multidisciplinare con sede a Toronto e Venezia. L’artista ha iniziato a dipingere all’età di diciassette anni e non si è mai fermata, anche quando è diventata madre di due figlie. Nata e cresciuta a Venezia, che ha influenzato il suo piacere per l’arte che la circondava.  Anna ama sempre creare e sperimentare nuove tecniche. In una sua intervista l’artista dichiara: “La pittura mi permette di liberare ciò che ho dentro attraverso un mezzo creativo dandomi un senso di libertà e liberazione. La creazione di arte libera la mia mente per esprimere tutti i pensieri e i sentimenti tenuti prigionieri all’interno dei confini della mia immaginazione. La pittura mi permette anche di catturare un’immagine e trasformarla in ciò che vedo attraverso le lenti del mio cuore e catturarla per sempre su tela.

La mostra è visitabile fino a Giovedì 30 Gennaio 2020, è organizzata dalla galleria VISIONI ALTRE.

apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 19.00 – Ingresso libero

Si inaugura sabato 26 ottobre 2019, alle 18.00 presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA (VE), la personale dell’artista Stefano Reolon “IL RE NUDO” testo e presentazione critica a cura di Barbara Codogno.

La mostra, visitabile fino a domenica 10 novembre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

COMUNICATO STAMPA

Solo lo sguardo innocente di un fanciullo, nella celebre favola di Andersen, smaschera l’ipocrisia degli abiti invisibili del Re. Perché il Re è nudo, non indossa nessun abito “invisibile”. Quell’invisibilità inesistente, adottata come stratagemma, potrebbe essere tradotta come movimento di sottrazione: togliere gli orpelli – culturali e morali – per far emergere la verità.

Ci appare il corpo del Re, stanato attraverso l’astuzia del gioco di parole. Il corpo però si crede vestito, protetto da abiti invisibili, e proprio per questo mostra il suo vero volto: la nudità.
Per arrivare alla verità – che per definizione è nuda – abbiamo spesso bisogno di ricondurre il linguaggio a un processo fisico: partorire la verità, la bocca della verità, la voce della verità… Volenti o nolenti, il corpo nudo è il centro assoluto dalla ricerca sulla verità.

È il corpo che nasce e muore, svelando il movimento misterioso che chiamiamo “vita”.
La religione racconta di un santo corpo che nasce da un ventre vergine fecondato dallo Spirito Santo – dal mistero della vita al miracolo teologico – e la filosofia ha subito a lungo il fascino della partenogenesi; eppure il corpo nasce nudo dopo l’incontro sessuale di corpi, anch’essi nudi, almeno nella loro genitalità. Grandi pensatori del ‘900 hanno fatto dell’erotismo il centro della loro riflessione filosofica, riconsiderando il corpo, la nudità e la sessualità come elementi di verità, e bellezza. Così è per Reolon. Lo sguardo puro che l’artista traghetta sui maestosi tenerissimi corpi che ritrae, inondandoli con luce vertiginosa di verità, toglie necessariamente i veli dell’ipocrisia. E dell’oscurantismo che ha trattenuto e relegato il dirsi del corpo nel peccaminoso.

Togliendo le maschere, le ambiguità, i travestimenti, i cliché prevaricanti degli status con cui vestiamo l’abito e ci consegna, non più un Re folle, ma, finalmente, l’Uomo. In tutta la sua fragilità, umanità, dolcezza. Nella sua verità. Con tutta la sua bellezza. Coerente col suo percorso di ricerca estetico e intellettuale, Reolon organizza per questa personale, dal potente tratto lirico, una quindicina di opere che raccontano l’Uomo attraverso la verità del suo corpo. Nudo.

Mi piace pensare alle opere di Reolon come a una pittura di formazione.
I suoi dipinti raccontano infatti la storia, intensa e appassionante, di un Uomo che ha scelto di diventare sé stesso. Esplorando la vertigine della moltitudine dei corpi, fidandosi e affidandosi alla verità misteriosa della carne, insieme fragile, vulnerabile, eroica, pura e ingannevole.

I tanti volti dell’Uomo che Reolon racconta su tela hanno sguardi talvolta compiaciuti e rapaci, altre volte smarriti e innocenti.
Come a dire che, una volta appurata l’unica verità, quella del corpo, possiamo finalmente guardare oltre la carne. Grazie ad essa, alla sua verità, incontriamo l’anima, i tanti mutevoli pensieri che oscillano tra pena, angoscia ed estasi. Sentimenti che l’autore traduce nella contorsione delle membra, da quella spalla che spinge in avanti, da uno sguardo fiero che sfida il giudizio di chi osserva.

Ma non è provocazione quella di Reolon, piuttosto una liberazione: il corpo incatenato e trattenuto finalmente respira e si racconta, in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue contraddizioni.
Sempre bello, tenero; autentico.

La forza dell’artista è anche quella di rendere assolutamente contemporaneo un corpo che sembra arrivarci direttamente dalla pittura classica. L’Uomo di Reolon è un uomo del nostro tempo, parla all’uomo di oggi eppure ha in sé tutta la grande storia dell’arte.

Non solo per la forza delle pose o per la temperatura dei colori che Reolon crea artigianalmente inseguendo le antiche e perfette sapienze dei grandi Maestri, ma anche a partire dalla centralità del corpo nudo che regna sovrana, dal nudo eroico dei greci al nudo estetico del Rinascimento.

I dipinti di Reolon ricordano grandi autori come Botticelli, Tiziano, Caravaggio e Rubens, forse il più amato dall’artista, che ne rintraccia senz’altro monumentalità, carnalità e quel senso di assoluta sazietà che trasmettono i suoi corpi sovrani.
I corpi di Reolon diventano quindi iconici nella loro volontà di dirsi, nel coraggio di raccontarsi.

Un tumultuoso viaggio nell’animo umano che ci regala inaspettati traguardi con

tregue di pace, bellezza e felicità.

Barbara Codogno

Stefano Reolon, classe 1964. Accademia Belle Arti Venezia. Diploma di Laurea in Scenografia e Costume 1988. Fa esperienze importanti come assistente personale ai Costumi con M. L. Amadei presso Arena e Filarmonico di Verona. Lavora diversi anni come scenografo a RAI UNO – Roma come assistente di G. Castelli. La grande passione per l’arte lo porta a una personale ricerca artistica che prosegue fino ad oggi. Pittore, disegnatore e fotografo. Da qualche anno anche docente di Disegno e Storia dell’arte.

In occasione della vernice della mostra

” IL RE NUDO”

di Stefano Reolon con

inaugurazione sabato 26 ottobre 2019 ore 18.00

l’artista sarà presente all’Oratorio di Santa Maria Assunta, SPINEA (VE).

Progetto a cura di VISIONI ALTRE

testo e presentazione critica a cura di Barbara Codogno

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.30 – 19.30 Ingresso libero

Si inaugura Mercoledì 16 Ottobre 2019, alle ore 16:00 presso la Galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918, Venezia “MILANO INCONTRA VENEZIA” opere di Alessandro Bestiani.

Alessandro Bestiani nasce a Milano il 29 Giugno del 1957, la sua passione per l’arte ha inizio all’età di 7 anni quando vede per la prima volta il padre dipingere.
Ha seguito per diversi anni corsi d’arte: sei anni di disegno, cinque anni di acquerello e tre anni di pittura ad olio.

L’artista ha studiato a Milano dove ha vissuto l’entusiasmo creativo e produttivo degli anni 70-80, alcune sue opere rappresentano la città con le sue luci e con veri e propri simboli come lo storico tram 23. L’artista ama la frenesia di Milano e ha il desiderio che le persone che guarderanno i suoi quadri rimanessero affascinati da questa meravigliosa città.

Alessandro Bestiani è affascinato dalla luce, dai colori e dal bello, l’artista mostra nelle sue opere un profondo interesse per la natura, che rappresenta in tutte le sue manifestazioni, e soprattutto per le figure umane, concentrandosi molto sull’espressività dei soggetti raffigurati.

Le sue opere rimandano ai suoi stati d’animo, molto mutevoli che lo indirizzano ogni volta ad eseguire opere diverse, sia nella scelta del soggetti che nella tecnica di esecuzione.

L’artista utilizza diverse tecniche quali: acquerello, olio, grafite,china , pastelli, matite colorate concentrandosi sempre sulla ricerca d’emozioni.

Il suo obiettivo è quello di riuscire a far emozionare le persone che guarderanno i suoi quadri cercando di far provare al visitatore lo stupore e la meraviglia che l’Italia ci regala ogni giorno.

La mostra,è visitabile fino al 31 Ottobre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE In occasione dell’inaugurazione della mostra “MILANO INCONTRA VENEZIA” di

Alessandro Bestiani alle ore 16.00 l’artista sarà presente.

Apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 19:00- Ingresso Libero

Si inaugura sabato 5 ottobre 2019, alle 19.00 presso l’Oratorio di Santa Maria Assunta SPINEA (VE), la personale dell’artista Elisabetta Mariuzzo “THE GARDEN” testo e presentazione critica a cura di Ruggero D’Autilia.

La mostra, visitabile fino a domenica 20 ottobre 2019, è organizzata dall’Associazione Culturale VISIONI ALTRE con il patrocinio del Comune di SPINEA (VE);

COMUNICATO STAMPA

Nella ricerca della verità sii pronto a imbatterti nell’inatteso,                     poiché essa è difficile da trovare, e, una volta trovata, stupefacente.  ERACLITO

Le opere oggetto di questa mostra, raccolte sotto il titolo evocativo di The Garden, appartengono a un ciclo pittorico che ha impegnato Elisabetta Mariuzzo sia su un piano quasi archeologico sia su un altro più immaginifico – artistico. L’attenzione dell’artista si è incentrata su un certo numero di fotografie bollate e scartate dal legittimo proprietario come inutili e obsolete, scatti malriusciti, dimenticati in un qualsiasi cassetto.
Il nodo si spiega in una pratica concettuale che va sotto il nome di photo trouvée – definizione riportata in un testo fondamentale quale “La furia delle immagini” di Joan Fontcuberta – un ambito cioè della postfotografia, sostanziandosi proprio della sensibilità dell’artista che guarda con occhi nuovi l’oggetto altrimenti obliato. Operando chimicamente con solventi e vernici e più tradizionalmente con pigmenti a olio, a volte graffiando, altre volte lusingando le immagini, l’artista realizza una proiezione della propria identità e della propria memoria dopo anni di pratica pittorica, allungando così la vita al sembiante originale. Il tempo ascritto alla photo trouvée prevede un effetto di selezione e di riciclo, un tempo di seconda mano. Alla stregua di un rigattiere o un raccoglitore di rifiuti, l’artista satura d’intenzioni e funzioni quegli oggetti che hanno perso quelle originali e che, in questo caso, diventano icone di senso e bellezza altra. Elisabetta Mariuzzo interrompe così l’anonimato autoreferenziale di foto private, disnaturate dal loro significato e contesto iniziale, per generare un nuovo potenziale creativo. L’appropriazione, o meglio, l’adozione di queste immagini, apre così un nuovo spazio di lettura e interpretazione, un giardino confidenziale da esplorare con gli occhi di un bambino che ci volge le spalle – come in un quadro di HammershØi – mentre, assorto, studia una mappa.
L’etimologia di giardino è riconducibile al termine “paradiso”, attraverso una costante linguistica che va dal persiano all’ebraico al greco. The Garden richiama, da un lato, l’idea di giardino come spazio fisico e reale, dall’altro, uno spazio metaforico e allusivo, una metafora della condizione umana, fatta di un interno ed un esterno dei quali limite e separazione non ci sono noti. Nell’iconografia alchemica il giardino rappresenta una contrada a cui è possibile accedere attraverso una stretta porta e soltanto a condizione di aver superato grandi fatiche e difficoltà. Il margine d’entrata è il simbolo del passaggio: quando l’uomo supera il confine modifica la sua condizione, mentre al di fuori trova il caos, i dubbi e le incertezze.

Elisabetta Mariuzzo è artista, giovane, che conosce e pratica i codici culturali e artistici del tempo presente e, ciononostante, realizza un nomadismo che spazia nei secoli della tradizione storica e artistica del linguaggio figurativo. È a tal proposito che il suo progetto, “The Garden”, è realizzato in una logica site-specific, nel rispetto della memoria di un luogo come l’Oratorio di Santa Maria Assunta di Spinea che vanta nelle sue pietre non solo l’eco del sacro e dell’incenso, ma anche il segno di mani magistrali che hanno impresso, col tratto e col colore, la fede e la grazia nel nome della bellezza suprema. Alla mistica di una mappa celeste, fatta di sinopie e lacerti d’affreschi prerinascimentali, l’artista oppone una mappa terrena dove è solo apparente il richiamo a una Arcadia felix. Più opportuno, forse, è il rimando a un testo di Borges, “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, dove le esistenze dei personaggi trovano conseguenze diverse a seconda dei percorsi intrapresi come, appunto, in The Garden, luogo nel quale si intrecciano storie e malie. L’artista colloca a livello del pavimento, su una lastra tombale, un’opera specchiante e raffigurante un ovino in atto di leggere un libro di sole immagini. Il simbolismo mistico del giardino persiano riporta, in particolare, l’attrattiva primaria di una fontana centrale o di un laghetto all’interno dello spazio verde, uno specchio d’acqua dove ognuno concentra le proprie fantasie, trovandovi pace e ristoro. Dopo Michelangelo Pistoletto, la collocazione dei quadri specchianti non più ad altezza finestre, come secondo tradizione sono appesi i quadri, bensì sul pavimento, permette che essi aprano un gate attraverso il quale l’ambiente in cui sono esposti si prolunga nello spazio virtuale dell’opera, un varco che mette in comunicazione arte e vita.

Guadagnare la soglia significa, allora, interrogare l’oracolo in corpo d’ovino che, come l’asino dei “Caprichos” di Goya, riflette sempre e soltanto la nostra vanitas.

” THE GARDEN”
di Elisabetta Mariuzzo
con
inaugurazione sabato 5 ottobre 2019 ore 19.00
l’artista sarà presente all’Oratorio di Santa Maria Assunta, SPINEA (VE).

Progetto a cura di VISIONI ALTRE

testo e presentazione critica a cura di Ruggero D’Autilia

apertura e orari dal giovedì alla domenica

15.30 – 19.30 Ingresso libero

www.visionialtre.com – infovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

Oratorio di Santa Maria Assunta, via Rossignago, SPINEA – Venezia

Si inaugura domenica 6 ottobre 2019, alle ore 18.00

presso la Galleria VISIONI ALTRE, Campo del Ghetto Novo 2918 VENEZIA

“IL LABIRINTO DELLE EMOZIONI”

opere pittoriche di Carlo Vercelli.

Il lavoro di Carlo Vercelli offre nuovi spunti di riflessione per affrontare la complessa realtà contemporanea. Sfidare “il labirinto delle emozioni” significa suggerire delle vie d’uscita, dove l’artista guida il visitatore a considerare gli aspetti precari dell’esistenza, mostrando e condividendo il proprio vissuto e riprendendo il cammino all’infinito una volta trovata la via. Con la propria poetica e ricerca, Vercelli si offre al visitatore in un itinerario espositivo senza interruzioni, ma anche senza inizio e senza fine, con numerose e sempre rinnovate possibilità di scelta. Venezia è la città che più si presta ad ospitare il suo percorso, in quanto essa stessa è un labirinto in continua mutazione, ma senza perdere se’ stessa e la propria identità.

Le opere di Carlo Vercelli dialogano fra di loro e si sovrappongono in una mostra pensata come in un groviglio di linee e di forme solo all’apparenza in disaccordo, ma assemblate rigorosamente in una struttura spazio-temporale dove la sola azione concessa è cercare la via d’uscita e che si aprono ad interpretazioni parallele. L’essenza labirintica è proprio questo; la costante diversione dal fine ultimo di questo spazio, come se ogni passo, invece di avvicinare alla meta, la facesse via via dimenticare, alla ricerca di un nuovo senso. E’ così che si può ricominciare gustando il percorso, senza l’affanno del traguardo.

Le sue interpretazioni ci descrivono una parte del suo percorso artistico lungo e spesso doloroso, dove le emozioni devono spesso fare i conti con negoziazioni e rotture, fallimenti e gioie, ma che lo fanno proseguire alla ricerca di continui mutamenti e che assumono la forma di brevi e temporanee assegnazioni di senso, alla sperimentazione e alla comprensione di se’.

Carlo Vercelli nasce a Savona nel 1956; consegue la Maturità Artistica, e il Diploma di Accademia di Belle Arti sezione pittura a Milano.
L’artista trova la libertà di esprimere i propri sentimenti attraverso la pittura. Il suo carattere lo porta a preferire i pennelli e le mani che definisce ”i suoi strumenti primari” al posto delle parole. Si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, frequenta per diversi anni la Famiglia Artistica Milanese, culla della Scapigliatura Lombarda, dove lavora e impara da maestri come Eros Pellini, Renzo Zacchetti e Uggeri, che contribuiscono a rendere la sua una vita piena di sfumature, sia a colori che in scala di grigi, proprio come gli oli e le tempere che con pennellate decise ed energiche imprime sulle tele.

Ha al suo attivo numerose collettive e personali.
La mostra, visitabile fino a martedì 15 ottobre 2019, è organizzata da VISIONI ALTRE;

In occasione della vernice della mostra

“IL LABIRINTO DELLE EMOZIONI” di Carlo Vercelli con inaugurazione domenica 6 ottobre 2019 alle ore 18.00 l’artista sarà presente.

apertura e orari dal mercoledì alla domenica

11.00 – 19.00 – Ingresso libero

L’esposizione “IL LABIRINTO DELLE EMOZIONI” di Carlo Vercelli proseguirà a Spinea (VE) all’Oratorio di Villa Simion in via Roma 265, dal 26 ottobre al 10 novembre con inaugurazione domenica 27 ottobre ore 17.00

www.visionialtre.com – infovisionialtre@gmail.com adolfinadestefani@gmail.com + 39 349 8682155

VISIONI ALTRE – Campo del Ghetto Novo 2918 – Venezia