Francesca Lunardo

“E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato quando strisciavi per terra e non volevi le ali”.  Alda Merini

E’ abbastanza singolare che Lunardo, raffinata e poetica scultrice, pur manifestando nelle sue opere una forte caratterizzazione tutta volta verso il femminile, ci mostri opere dalle quali il corpo è bandito. Non c’è.

Lunardo, ci propone degli enigmatici vestiti vuoti, svuotati dal corpo. Sono involucri, che restano appesi come i bozzoli delle farfalle, come testimonianza di una “muta” avvenuta. Siamo di fronte ad una metamorfosi che andremo ad indagare in seno alla classicità. Perché l’artista visualizza un oggetto specifico a partire dal quale, riflettendo storicamente e miticamente sullo stesso, siamo in grado di entrare nella profondità della sua creazione, capendone connessioni e significato.

Una muta è un cambio di pelle: il corpo si è liberato dal suo primo involucro per diventare qualcosa d’altro. Un altro corpo che l’artista ci tiene però segreto. Un corpo misterioso di cui si vede solo il vestito.

Infatti, in questi delicati manufatti in ceramica, vengono riprodotte delle vesti. L’operazione della vestizione – e quindi, necessariamente, della svestizione – accompagna la storia (non solo quella di Lunardo) fin dall’antichità.

A partire dalle “vestali”, le sacerdotesse consacrate alla dea Vesta. A Romolo, primo re di Roma, è attribuita l’istituzione del culto del fuoco, con la creazione delle vergini sacre a sua custodia, chiamate appunto vestali.

Vesta è la declinazione romana per designare Estia, la dea greca del fuoco, che per i romani divenne poi anche dea del focolare, del camino e del forno. Non a caso le vesti di Lunardo sono in ceramica e hanno bisogno quindi del rito antico del fuoco per forgiarsi, del forno per cuocersi.

Come se non bastasse, non ci è pervenuta nessuna immagine della dea, nessuna statua, solo una moneta nella quale la dea compare bendata, ma in nessun luogo c’è traccia del suo corpo.

La si omaggiava durante le vestalia, celebrazioni durante le quali soltanto le donne potevano entrare nel tempio delle vestali, le sacerdotesse dalla tunica bianca, come la veste sacra della dea.

La “sacra veste” è da sempre indossata per presiedere ai rituali, alle cerimonie, ai culti. Tutti i sacerdoti che presiedono a un rito si “vestono” con abiti particolari e ogni cerimonia sancisce quello che l’antropologia definisce come “rituale di passaggio”: così dagli antichi riti pagani fino alla nostra liturgia cristiana e cattolica dove sempre si celebra il passaggio da uno stadio della vita ad un altro.

In questo rituale di passaggio il corpo “muta” passando da una dimensione ad un’altra.

Tornando a Vesta: della dea conosciamo quindi la veste ma non possiamo conoscere il suo corpo, che, in quanto divino, non ci è permesso di essere visto.

Antica connessione mitico etimologica lega poi la veste alla visione. La sacralità del corpo per gli antichi greci si dava molto spesso attraverso miti di non visibilità, tra i tanti ricordiamo il mito di Diana e Atteone.

Il corpo sacro non si vede. Non si deve vedere.

E ancora, la visione del corpo – o il suo divieto – è alla base di altrettanti miti collegati allo stesso principio del sacro inviolabile, pensiamo ad esempio a Narciso che si vede riflesso nell’acqua.

Anche Lunardo ci riporta, con l’assenza del corpo, a una dimensione di sacralità del corpo stesso. Un corpo misterioso che esiste anche se non lo vediamo, che esiste ed esisterà per sempre, proprio perché non è visibile con gli occhi.

Il lavoro di Lunardo ci costringe a riflettere sul vuoto del suo pieno, facendoci quindi presumere che l’artista abbia più di qualche conoscenza del pensiero spirituale orientale e che si muova in una prospettiva di connessioni cosmologiche che uniscono il mondo visibile a quello sottile dell’invisibile.

Di fatto i vestiti di ceramica che propone in questa doppia personale veneziana sono feticci che testimoniano un avvenuto passaggio del corpo a uno stadio superiore, testimonianza di un avvenuto salto evolutivo.

Da un punto di vista estetico i manufatti sono altrettanto potenti, così appena abbozzati rimarcano l’indefinito, l’assenza del corpo. Sono vesti semplici, antiche, sacre.

Sudari di un corpo che ha lasciato tracce di sofferenza prima di mutare, in alto.

Perché questi abiti vuoti ci danno la sensazione che il corpo abbia preso il volo, e abbia lasciato la veste terrena a testimonianza del suo colpo d’ala.

Life is told, così Lunardo narra la sua storia: nonostante questo salto verso l’alto a raggiungere l’universo, quei vestitini ci raccontano anche una tenerezza commovente, fanciulla. Come la risata cristallina di una donna che “svestita”, smessi finalmente i panni del dolore, si è ritrovata bambina. E’ diventata una farfalla.

presenta opere di terracotta dove la sua sensibilitàsi esprime con brio. Modellare l’argilla e aderire alla sua densità, significa  trasformare  la fantasia  in elemento narrativo. La materia è un efficace strumento di elaborazione del ricordo. 

La sensualità della terra, l’essenza primordiale,  i risvolti plastici che essa può offrire e le varianti finali scandiscono,  attraverso un ritmo vivace, le riflessioni di un percorso scoperto alcuni anni fa e che ha dato vita nel tempo ad una serie di “dimensioni “ sognanti. Ne esce la figura di un’autrice che ha assimilato il tempo vissuto e ce ne ha rimandato un’ angolazione con particolare inventiva. Le forme inconsuete, screziate da sottili cenni decorativi, sono riprese dalla memoria, talvolta  rielaborate dalla tradizione classica oppure nate da  sperimentazioni tecniche  sempre e comunque osservate  con un sentimento d’incanto fanciullesco cioè con la freschezza di chi non esita a guardare la realtà come fosse la prima volta.

Attraverso un segno di ispirazione Noveau ed un colorismo vivace e simbolico, Francesca ci invita  a cogliere l’anima sottesa delle sue intense ceramiche. Osservo il lento incedere delle figure-abito dai dettagli rococò, i grandi piatti a forma di pesce dall’impianto arcaico, le variopinte ciotole fino alle formelle rifinite dai colori versati a goccia o le sperimentali composizioni new-realism con piume e fili di cotone. E’ un volo del pensiero in continua elaborazione che nel caso dell’autrice rappresenta il cambiamento, la ricerca, la conquista di nuove dimensioni plastiche che di riflesso segnano la mutevolezza della vita stessa.

L’aspetto delle diverse espressioni è suggestivo. La corposità tradizionale delle sculture si sposta  verso  sottili rilievi  ed alternanze di pieni-vuoti, evidenti soprattutto nelle silhouette  femminili dal   respiro più contemporaneo. Proprio in questo ciclo appare con frequenza il delicato approfondimento sulle varianti emozionali. Il dettaglio ispirato alla moda (pizzi, merletti bustini) è inserito nel corpo  della materia quasi a creare un contrappunto fra  plasticità e leggerezza, fra esteriorità ed interiorità e serve a fondere gli aspetti contrapposti dell’animo umano: non solo involucri dunque ma strutture che esprimono nella pelle esterna i lievi sussulti dell’anima.

Ed è nella magia di quell’attimo che l’autrice rivela la sua poetica: oltre la parvenza visibile si coglie infatti un’analisi  puntuale sull’universo femminile, uno scavo psicologico  portato in profondità sino a rivelare i lati più oscuri della donna contemporanea.

Per Francesca sono allusioni che si stemperano successivamente nell’alternanza della sua produzione. La versatilità dell’argilla torna con i piatti, le ciotole e le formelle, a ricomporsi in un’unica armonia strutturale.  Ecco allora le ceramiche che possiamo definire canoniche. Ancora una volta però l’uso del colore è inconsueto: brillante e traslucido come il vetro soffiato, screziato dal tempo ( forse ricordo di un  reperto archeologico?), oppure lasciato cadere a gocce sulla assoluta geometria delle lastre quadrate e dei grandi piatti. Ciò mi sorprende e vedo l’adesione e insieme il distacco di Francesca Lunardo dalla temperie storica, il suo è un sentimento sempre rinnovato che si allontana dalla contingenza della moda per puntare a un linguaggio personale, dolce ed ironico, velato da sottili nostalgie che sgorgano dal cuore. Sicuramente la ceramica segna le impronte di un cammino alla scoperta della vita stessa.