Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani

Giochi e sogni nella filosofia realistica – sguardo nelle opere di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani

Quanto l’atto ludico entri ed esca dalle opere di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani, resta un quesito, un punto interrogativo da speculare e ribaltare a sé stesso. Come nel mondo sottosopra di Alice tutto ciò che si palesa si ingigantisce, ribalta, rimpicciolisce, sparisce. Ora l’immagine delle loro opere rimanda a spazi immaginifici, utopici, persuasivi, ora a luoghi concreti, definiti e materici.

Nei luoghi delle deliziose tredici scatole bianche, quali libri tridimensionali entro cui gli oggetti sono il soggetto della narrativa immaginifica, che nel significato immediato pone l’osservatore innanzi a una realtà sognante, nel cui luogo intimo si manifesta quel mondo realistico privo apparentemente di emozione, ebbene entro quelle cornici le porte della fantasia si spalancano tra i contorni utopici, innocenti del bambino insito dentro ogni singolo inconscio.

E, sollevando gli occhi, ci si riconosce negli sguardi multipli, sequenziati di palpebre, ciglia, pupille che apparentemente immoti scrutano chi li guarda. Dunque l’interrogativo di cui sopra espresso si ingigantisce, come gli alberi di inchiostro sospesi nella trasparenza di una lastra di plexiglas. Quale miglior gioco ironico potrebbe avere forma se non occhi immoti verso alberi sospesi, rigorosamente scheletriti per manifestarne la vera essenza e tassativamente plastica? È l’oggettività del simulacro, come uomo e albero che si pongono in dialogo, assenti di corpo umano, presenti di materia artefatta. Una filosofia realistica, quella di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani, entro cui la loro relazione e connessione si esprime attraverso le opere d’arte amorevolmente amalgamate da un legame personale, che ne contraddistingue le loro creazioni.

Di loro potremmo accertare il gioco della tentazione. Ove utopia e ironia si intrecciano, intersecano, misurano.

Tuttavia le morfologie delle opere non sono in contrapposizione e non vi è nemmeno una immedesimazione. Forse solo quel sapiente gioco in cui si fa girare la funicella per saltarvi sopra, senza l’inciampo, ma con un ritmo costante di passo. E proprio nelle opere che rappresentano dei contorni antropomorfi di profili d’amici, scopriamo ancora una volta la relazione, il tentativo di formare delle parole con gli sguardi rivolti verso un cielo di vocali e consonanti, che come stelle propiziatorie illuminano un blu matissiano.

E in questa filosofia realistica il colore è un elemento chiave con forza assoluta. Nel bianco la luce del sogno si specchia e confronta con il nero, quale realtà talvolta di assorbimento, attraverso il giuoco continuo del rosso, quale palpito vitale, come respiro di sofferenza.

Nelle opere di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani la dissimulazione ironica diviene il concetto primo della loro filosofia realistica. Provoco nello scrivere questa apparente dicotomia, perché quello che potrebbe sembrare un luogo che non esiste, specchia sé stesso nella realtà che ci circonda attraverso questo voluto rimando di provocazione che induce ad osservare attraverso l’opera, da loro creata, la realtà che sta di là delle trasparenze e delle convenzioni. A tal proposito non possiamo esimerci dal restare stupiti e rapiti al contempo da quei cappelli realizzati con chiodi o spilli, che con irrisione si titola “Un Diavolo per Cappello”.

Ecco che umoristi, santi, innocenti, e, aggiungo anche artisti, conoscono il gioco in cui tutto si integra nell’eterno ritorno.

Barbara Cappello 

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Quercia Ilex 2009 | stampa ad inchiostro tipografico su plexiglàs cm 190x100
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ALBERO 2021 | particolare cm 50x50
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ALBERO 2021 | particolare cm 50x50
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ALBERO 2021 | particolare cm 50x50
ALICE's game copia
I GIOCHI DI ALICE 2011 I legno verniciato bianco, pelle di animale, tela I cm 100x100x100
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L'INFANZIA 2010 I olio su tela con applicazioni in rilievo I cm 100x100
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DAMA SPINOSA
CAVALLI OPERE
CAVALLI 2009 I materiale plastico, polistirolo, vernice bianca e nera I cm
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ARCHEOLOGIA CONTEMPORANEA
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ARCHEOLOGIA CONTEMPORANEA I cera
Archrologia contemoaranea
ARCHEOLOGIA CONTEMPORANEA I cera
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L'ATTESA 2014 I olio su tela
3 occhio
VEDERE ATTRAVERSO I cera d'api e foto su acetato
2 occhi copia
VEDERE ATTRAVERSO I cera d'api e foto su acetato
VEDERE ATTRAVERSO, cera d'api e foto su acetato
VEDERE ATTRAVERSO I cera d'api e foto su acetato
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AUTORITRATTO 2014 I olio su tela

Siamo tanto abituati a mascherarci di fronte agli altri, che finiamo per mascherarci anche di fronte a noi stessi”      
FRANCOIS DELAROCHE FOUCAULD

La nudità della natura, lo scheletro dell’albero diventa per gli artisti indagine sul corpo fisico e la condizione della natura stessa che opera a favore per il rinnovamento.

“L’Oratorio è genius loci perfetto per ospitare questa doppia esposizione, che possiamo leggere come un continuo rimando al doppio, e al suo scavalcamento.
Genius loci come entità naturale e soprannaturale, legata a un luogo e a un oggetto di culto. Un luogo che per i romani pagani andava precisato nel suo carattere di indefinito sessuale: sive mas sive foemina (che sia maschio o che sia femmina), non solo perché non se ne doveva riconosce il genere, e perché nel luogo sacro si aveva fusione di maschile e femminile. Il doppio diventava Uno. Così come l’uno diventa due. Perché due sono gli artisti, Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani. Due figure che giganteggiano all’interno del panorama dell’arte contemporanea nazionale. Non solo per la loro febbrile attività di curatori, galleristi, organizzatori, soprattutto per la produzione artistica che li porta continuamente a esplorare nuovi linguaggi, usando e abusando di materiali diversissimi.
L’esposizione titola “Vedere Attraverso”; e se già lo sguardo è doppio, in quanto due sono gli artisti, i loro occhi riverberano lo sguardo, lo moltiplicano, scrutando a vicenda la reciproca interiorità. Come a dire che uno non vede senza l’altro. O meglio: che l’uno non può vedersi senza l’altro.
Alla duplice visione, con l’occhio che come un caleidoscopio mistico distorce e allucina la visione, i due artisti aggiungono la trasparenza del materiale principe usato per questa esposizione.

Siamo in un Oratorio dedicato alla Madre del Cristo; luogo della preghiera che a partire dalla Controriforma Cattolica diventa come un’appendice – staccata e personale- dal corpo della Chiesa. Luogo separato, più intimo, personale, dove eleggere a referente della propria preghiera non più il Padre ma talvolta un Santo, molto spesso la Madre. Nella Chiesa si celebra il rituale liturgico, la grande macchina teatrale della Santa Messa, dell’Eucarestia, della Cerimonia della nascita e della morte del Figlio. Nell’Oratorio c’è la preghiera nascosta, individuale, liberata dalla ritualità.

La preghiera ha bisogno di luce per essere vista: si prega accendendo una candela.

E la candela è fatta di cera. Un materiale millenario, che l’uomo ha preso dalle api e impiegato sin dall’antichità per attività le più diverse; usato dagli egizi tanto per impermeabilizzare le navi come per imbalsamare le mummie. Un materiale duttile e trasparente in grado di trattenere, come l’ambra, talvolta piccoli insetti, particelle di pulviscolo, piume. In questo luogo privato e sacro, i due artisti lavorano con il materiale della preghiera, riempiendone le piccole edicole, le fessure, gli spazi concavi e segreti delle mura sacre con quote di cera da cui spuntano dettagli anatomici. Sono porzioni di corpo: mani, dita, piedi. I loro. Nel luogo dove il corpo di Cristo si fa Eucaristia per onorare il sacrificio imposto da questa religione dell’anima, il corpo degli artisti si fa unica statua di cera che celebra la commistione pagana e mistica dei due. Ecco allora che “vedere attraverso” l’immanenza del corpo diventa una grande metafora dell’arte, e dell’amore. Perché il corpo è transitorio, ma se noi lo santifichiamo attraverso il gesto creativo dell’arte ( non è quello che ha fatto dio? ) allora il corpo supera se stesso. Diventa eterno, sacro.
Rispetto al corpo, i due artisti propongono una riflessione anche sul suo essere luogo di centralità, di verità. Sappiamo tutti come la vista sia stato uno degli argomenti cardini affrontato da Aristotele nella trattazione della “Metafisica”. Per il grande filosofo greco la vista era il senso più importante, in grado di farci conoscere meglio il mondo. Per Aristotele il fenomeno della visione era reso possibile dalla presenza del diaphanes, ossia di un elemento diafano e trasparente, che funge da mezzo intermedio, la luce.

Ma come apparirà la visione se gli occhi sono velati di cera?

L’esposizione “Vedere Attraverso” ci propone anche cinque immagini in bianco e nero che raffigurano degli occhi; sono immagini fotografiche ingrandite e ritoccate alle quali è stato sovrapposto un leggero strato di cera. Immagini massimamente poetiche e piene di riferimenti colti. L’occhio velato di lacrime, l’occhio che Buňuel spalanca e deflora, l’occhio della Statua di marmo che noi immaginiamo con timore possa animarci, come ci ricorda Galatea. Vedere attraverso comporta allora la pulizia dell’occhio dal peso di un velo che offusca la realtà. Quel velo di cui parlava il filosofo Schopenhauer, che ci impedisce di cogliere il mondo com’è, perché noi vediamo il mondo come lo desideriamo. La nostra volontà ci porta a creare il mondo attraverso il nostro desiderio e a non guardarlo nella sua verità.

Sorge allora la domanda: sappiamo elevarci dal corpo – che poi è metafora di una realtà bassa, contingente, volgare – sappiamo superare, vedere attraverso, questo velo di ombre ed elevarci? Ecco che l’opera realizzata dai due artisti con il neon di luce bianca ci dà la risposta. L’opera titola “Leggere l’Infinito”. E sembra proprio che all’interno di questo luogo privato e sacro, grazie all’arte che nasce dal corpo, i due artisti abbiano voluto condurci alla visione dell’infinito.

Durante il vernissage, i due artisti, celebri performer, realizzeranno una loro performance dal titolo: “Omaggio alla Donna” con la poesia di Pier Paolo Pasolini “Supplica a mia Madre”. In un Oratorio dedicato alla Madre del Cristo, luogo in cui si esplora il sacro, il corpo, l’infinito e il vedere attraverso per raggiungere la verità, la presenza della Madre, anche quella terrena, è presenza che nel darci la vita ci traghetta verso la conoscenza. Importante renderle omaggio.

Il sodalizio tra i due performer e artisti contemporanei
Adolfina De Stefani e Antonello Mantovani
nasce nel 2000 ed è caratterizzato da una sorta di nomadismo operativo che li vede impegnati in una esplorazione parallela nei numerosi percorsi dell’espressione artistica. Apprezzati esponenti nello scenario della cultura artistica sia in Italia che all’estero, la loro espressione si articola attraverso la performance, l’installazione e la ricerca multimediale, con particolare attenzione alle tematiche attuali. Emergono con estrema chiarezza le azioni di carattere universale con l’intento di favorire l’incontro del grande pubblico con i linguaggi contemporanei.
“Noi amiamo molto gli alberi” ecco la frase frequente di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani artisti e performer che in questa occasione presentano “ALBERI” Quercus Ilex e Platanus Occidentalis, due grandi lastre con l’immagine stampata ad inchiostro tipografico di due alberi. Ancora una volta la natura sovrasta la visione e il pensiero poetico dei due artisti. La nudità della natura, lo scheletro dell’albero diventa per gli artisti indagine sul corpo fisico e la condizione della natura stessa che opera a favore per il rinnovamento.

Essi fanno subito pensare che le vite vegetali sanno parlare bene quanto gli umani. Adolfina e Antonello configurano e trattano i loro alberi come dotati dei mutevoli umori, delle espressività e delle stigmate del tempo che sono propri degli umani. Li trattano con simpatia, compassione, con pazienza e impazienza, e anche con ironia. Attenti e sensibili alle loro capacità di mutazione, benché dicano “L’albero è superiore ad ogni tentativo di trasformazione”, intendendo però che all’uomo non è lecito piegare gli alberi e altri viventi alle sue voglie di trasformazione. La natura umana stessa è ricca di potenzialità trasformative.

Adolfina Antonelloalberi 2-1
QUERCUS ILEX | Stampa ad inchiostro tipografico nero su plexiglass| cm 200x100 | 2009
Adolfina Antonello 2
QUERCUS ILEX | Stampa ad inchiostro tipografico nero su plexiglass | cm 200x100 | 2009
albero antonello
PLATANUS OCCIDENTALIS | Stampa ad inchiostro tipografico su plexiglass | cm 200x100 | 2009
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MELAGRANA 2010 | frutto essiccato, chiodi acciaio
MELAGRANA 3
MELAGRANA 2010 | frutto essiccato, chiodi acciaio
MELAGRANA 6
MELAGRANA 2010| frutto essiccato, perle, chiodi
Adolfina De Stefani Profili ridotta
PROFILI 2021 | carta cotone, acetato, pennarello indelebile nero, tessuto non tessuto, rete sintetica sottile, cm 40x30
Adolfina de Stefani

Adolfina De Stefani, opera soprattutto nell’ambito delle installazioni ambientali, persegue una ricerca artistica orientata verso l’uso di materiali quali il vetro,il plexiglass, l’acciaio, trattati spesso con sottile ironia o con decisa autorappresentazione. Originale e versatile, l’artista interviene in oggetti tratti dalla realtà, quali una melagrana perfettamente essiccata o un cappello, per trasformarli con chiodi o spilli in cui è infilata una perla, traducendoli in un’opera sottilmente new-dada. Spesso la melagrana-scultura viene rinchiusa in una scatola di plexiglass e trasformata in una icona della natura manipolata dall’artista. Anche un corsetto può essere tramutato in una scultura se gli si toglie la morbidezza e lo si irrigidisce nelle forme, o un tessuto può diventare scultura grazie all’uso della colla e del gesso. Adolfina De Stefani non si accontenta di reinventare la natura, di manipolare elementi tratti dalla realtà, ma cattura e rende espressivi anche le immagini di tessuti, di panneggi che, modellati dalle mani di un personaggio invisibile, vengono poi rinchiusi in più lastre di plexiglass, creando effetti di trasparenza, di profondità e di inusitata sensualità. Le immagini assumono una valenza tridimensionale, diventano un percorso visivo da ricercare attraverso le facce trasparenti del plexiglass. Il colore prediletto è il rosso, inteso dall’artista quale simbolo dell’eros, un rosso che scava nelle possibilità espressive del panneggio fino a farne traboccare l’emozione. Un rosso che si accende come un denso fuoco sotto l’effetto della luce, aperto ai segreti dell’alchimia dell’essere”.

L’osservazione di spazi naturali e l’articolazione degli elementi all’interno della loro aura sono all’origine del percorso di Adolfina De Stefani, che approda ad un concetto di bianco riferito alla realtà, al mondo concreto con cui si confronta senza abbandonarsi ad una dimensione solipsistica.
I materiali della terra, come sassi, rami, tronchi, entrano nella poetica con il loro processo interno di trasformazione e di continuità organica, esaltata da contrasti e tensioni interne rispetto ai piani di riferimento. L’artista compone la sensibilità estetica nel rapporto tra il flusso concreto della vita e la forma, tra i colori naturali e i possibili modi di uso come espressione di un comportamento segreto delle pietre (ContagioIsola del Lazzaretto Nuovo, Venezia 1999) o ponendo in relazione elementi flessibili e ritmati nello spazio, come il bambù, accanto a ferri arrugginiti. Si determina una suggestione fenomenologica, che nell’installazione Dea Reithia (2000), costituita da una serra di ferri con 1200 limoni di plexiglas, trasforma il paesaggio della rovina. L’esperienza artistica pone in dialogo elementi eterogenei secondo un ordine connotato da proprietà fisiche antitetiche e seguendo concetti volti a creare un nuovo senso simbolico di realtà.
Le informazioni visive mettono in moto procedimenti mentali guidati da simbologie tradizionali e incertezze contemporanee a cui corrisponde l’uso di materiali naturali e non, flessibili e rigidi. Inizia una conversione del pensiero verso un principio di unità impossibile, una sorta di implosione, che cerca i passaggi energetici tra la fisicità degli elementi in gioco. In tal senso, la sottrazione cromatica, avviata dal ’98, risponde ad un desiderio di ricerca di corrispondenza reale, racchiuse in un comune denominatore. 
La contestualizzazione dell’oggetto nello spazio e la sua capacità di sostenerlo apre un percorso di ricerca ‘altra’, un confronto, un’immersione della propria arte nell’humus della vita, distante dall’enfatizzazione oggettuale e dalla piacevolezza del colore. Gradualmente questo esce dalla scena linguistica per creare un incontro con le verità del corpo, non indagato nella sue qualità fantastiche. Il background nutrito del rapporto con la natura apre una strada nel linguaggio e nella sua formalizzazione. “La tradizione filosofica e scientifica occidentale è basata sulla convinzione che l’intelligenza (o l’anima, o lo spirito o la mente) sia superiore al corpo. ..oggi si assiste a una rivalutazione del corpo….è il corpo ( anzi è il corpo immerso nel suo ampio contesto, anzi è l’universo stesso) a essere un elaboratore di informazioni,di sensazioni, di percezioni …il mondo estroflette un occhio e si guarda…”1
Per Adolfina De Stefani, l’occhio ‘altro’ da cui guardare il mondo e le sue contraddizioni, è il suo bianco, conquistato tra attraversamenti di corpi immersi nello spazio o piantati nella terra, rivelatori di illusioni sociali. Il bianco, la cui supremazia è riconosciuta presso tutte le culture, è il terreno più arduo per conciliare energie divergenti. Il ‘900 è connotato dal linguaggio monocromo. Questo segna il passaggio dalla concezione dell’arte come visione del mondo esterno verso una concezione estetica.
Non è più possibile oggi parlare di monocromia, secondo gli statuti di Carel Blotkamp2, che cercava di stabilire una linea di confine tra le differenti produzioni. Le superfici bianche contemporanee recano il segno dell’impossibilità di collimare istanze e energie. Le superficie bianche di Adolfina De Stefani sono elaborate nel movimento e permettono l’ingresso all’ombra e allo sbarramento del viaggio imprevedibile della luce sulla superficie.
Il percorso di Adolfina De Stefani si inserisce in questa storia silenziosa che, forse a nostra insaputa, si sta tracciando e che condurrà ad elaborare altri valori del bianco.
Questo bianco cerca la sua dimensione altra nel reale, nell’immersione tra la compagine umana.
Forse questo passaggio era già annunciato nella dichiarazione di poetica di Angelo Savelli (1994) quando scrive di “…un atto creativo mosso dal di dentro che sa tutto senza nullo sapere ma trasferisce al gesto del braccio tutto ciò che è necessario per dare il non finito…”distinguendo un concetto di spaziale reale e terreno dall’altro al di là del sublime.
Gli oggetti proposti da Adolfina De Stefani hanno rapporto con il corpo, sono parti di un abbigliamento che mutano l’approccio con l’esterno. I bianchi sono possibili protezioni, una seconda pelle se indossati, punto di confluenza del senso o del desiderio se visti oltre il rapporto con il proprio corpo.
Gli spilli, con le testine bianche, ricoprono il cappello creando una seconda visione del bianco, trascrizione di una condizione, un environnement dinamico che coinvolge lo sguardo in un sottile gioco di relazioni spaziali e volumetriche. Un senso ironico racchiude il percorso dell’artista, che ‘fissa’ i suoi disappunti con gesti elementari e rituali creando una rappresentazione instabile e mutevole. La delicata costruzione è una progettualità spinosa, pungente che riconduce a simbologie sacre e tormenti. Il percorso di pietre infuocate o di chiodi da fachiri è consumato nel luogo dell’arte, come passaggio di forza in disequilibrio sociale.

Adolfina-de-Stefani-
CHI, COME, DOVE, QUANDO | 2020 colage su tela, cm 30x30
Un-diavolo-per-cappello
UN DIAVOLO PER CAPPELLO | 2010
HUMPTY-DUMPTY-6
HUMPY DUMPY | 2010 libro d'artista
 
 

Con un gioco di parole, simboli e oggetti Adolfina de Stefani chiude il ciclo di mostre/performance dedicato alle opere di Lewis Carroll nelle quali l’artista veneta identificandosi con Alice, ripercorre in tre tappe espositive a Vicenza, Rovereto e Venezia, i suoi racconti.
Per entrare nel mondo fantastico di Alice comprendendone quelle enigmatiche verità nascoste bisognerebbe avere quelle stesse chiavi di lettura custodite nella città di Oxford e nella metalogica del reverendo Carroll. Non è un caso che alle avventure di Alice si siano interessati nel tempo molti intellettuali e uomini dotati d’ingegno, cercando di svelarne i suoi molteplici e possibili significati.

Come afferma Martin Gardner , matematico, scienziato e scrittore statunitense “ il guaio è che ogni opera di non senso contiene una tale quantità di simboli allettanti, che una volta partiti da un assunto qualunque sull’autore mettere in piedi una convincente impalcatura di prove con cui suffragarlo è facilissimo. “
Ma Adolfina de Stefani aggirando la logica stessa, penetra nel cuore dei racconti di Alice attraverso l’arte. Ed ecco improvvisamente apparire minuscole scarpine, vestitini immacolati, alberi e torri antropomorfe come per avvertire lo spettatore che è appena approdato in una metarealtà dove non vale il senso comune delle cose quanto la loro immanente presenza. Questi oggetti, misteriosi riferimenti alle vicende del racconto che l’artista va lasciando, diventano il punto di partenza per un percorso catartico che nega il concetto del tempo come dello spazio.

Alice dimostra che il tempo è una delle tante illusioni dell’uomo.
Attraverso la memoria come attraverso lo specchio, è possibile ripercorrerlo a ritroso. Alcune cose che avvengono trovano le loro motivazioni solo dopo che sono accadute come il messo del Re che sconta la pena prima di aver commesso il delitto.
Così anche lo spazio e i corpi nel mondo immaginario di Alice sono soggetti a continue mutazioni che non dipendono da leggi fisiche bensì dalle necessità narrative del racconto ed è per questo che i cinque merli della torre di Adolfina, si trasformano in braccia che sorreggono i piccoli libri della fantasia.

La bianca torre esposta nella sala a Venezia, evoca il cavaliere bianco del racconto che a sua volta gli studiosi carrolliani ritengono essere un autoritratto dello stesso CarrollTant’è vero che il Cavaliere Bianco era amante di ordigni strani, “bravissimo ad inventare cose” e il suo cervello funzionava al meglio quando vedeva le cose alla rovescia. Il Cavaliere Bianco poi è l’unico personaggio di tutto il racconto che sembra nutrire un qualche sentimento per Alice offrendole il suo valido aiuto. L’accostamento della torre bianca al Cavaliere Bianco si deve intendere come elevazione dell’intelletto e dello spirito all’assoluto per poi canalizzarlo sulla terra sotto forma di amore ed energia purificatrice.
La catarsi o purificazione della mente dell’uomo avviene sempre con un rituale d’iniziazione e per opera di un sacerdote o sacerdotessa. L’iniziazione presuppone sofferenza; le opere della de Stefani sono tormentate infatti da spilli di acciaio, chiodi e talvolta si tingono di rosso. Alice quasi piange dal dolore di essere stata abbandonata dal cerbiatto e di dover proseguire da sola il cammino o si mortifica per essere vista come un mostro leggendario dall’unicorno.

La gestualità e la fisicità corporea nell’arte della de Stefani si integrano agli oggetti e l’artista tende così a fare del suo stesso corpo un medium tra il mondo sovrannaturale del simbolo e quello reale del segno stesso del simbolo. Nella prima tappa espositiva di “Oh pun legs, Alice!”, due bambine in carne e ossa giocavano su una grande scacchiera seguendo le mosse suggerite dall’artista in persona.
Quello che affascina del gioco degli scacchi è la moltitudine di possibili mosse strategiche per poter vincere la partita. Vincere la partita vuol dire fare scacco, quindi imprigionare il re avversario. Alice alla fine del racconto vince prendendo la Regina Rossa (che equivale alla Regina Nera nel gioco degli scacchi).
Il colore nero è associato alle tenebre. La morte è rappresentata nel tredicesimo arcano dei tarocchi come uno scheletro in un’armatura nera su un cavallo bianco. Non è la prima volta che la de Stefani s’interessa ai simboli occulti e magici, come dimostrano i suoi precedenti lavori sui tarocchi.
La scrittura automatica fu un aspetto primario della mania spiritualistica ottocentesca, Carroll fu per tutta la vita un membro convintissimo della Society for Psychical Research e la sua biblioteca conteneva dozzine di libri sull’occultoNel racconto di Alice, il Re Bianco si rendeva conto di stare scrivendo un sacco di cose che non aveva intenzione di scrivere…
I giochi di parole erano assai diffusi nei salotti dell’Inghilterra vittoriana e di questo ne è consapevole l’artista che infatti intitola Oh pun legs, Alice! l’intero progetto articolato in tre atti.
Le parole come nella scrittura automatica restituiscono a loro volta formule magiche.
E così per richiamare il titolo della prima mostra/performance For a geography of everyone’s life, l’artista delinea un cerchio di luce rossa a neon. Nelle dottrine esoteriche questa forma geometrica senza inizio e né fine, rappresenta il ciclo continuo della vita.
In quanto circuito chiuso il cerchio diventa un simbolo magico di protezione dal male, una sorta di amuleto come lo sono l’anello o la corona.
Alice alla fine del suo viaggio viene incoronata Regina come un guerriero che ha sconfitto il male.
White Running titolo della seconda performance è rappresentato invece da un quadrato di luce a neon bianca.
Il quadrato è la corsa della Regina Bianca e di Alice nella scacchiera.
Mentre il cerchio descrive il ciclo la vita, il quadrato delinea i confini entro i quali si manifesta la vita.
I mandala tantrici o architettonici sono quadrati con quattro porte cardinali.

I quadrati magici erano suddivisi come scacchiere in nove caselle alle quali erano associati caratteri alfanumerici proprio come nel gioco degli scacchi. La combinazione matematica di questi caratteri sulla scacchiera veniva associata a formule occulte che servivano a sconfiggere il male. Le chiese quadrate sono numerose soprattutto in Gran Bretagna ed un esempio è proprio la cattedrale di Oxford.
Infine la terza ed ultima tappa di questo progetto dedicato ad Alice intitolato dall’artista Trough the looking-glass, and what ALICE found there

è raffigurato con un albero, soggetto ricorrente nell’arte della de Stefani. L’albero mette in comunicazione il mondo ctonio con quello uranio e riunisce tutti gli elementi acqua, terra, aria e fuoco.

Nel mondo oltre lo specchio di Alice la campagna disegnata a scacchiera e suddivisa da ruscelli e siepi, si alterna al bosco. Ed è ai piedi di un grande albero che la Regina Rossa lascia Alice riposare quando costei riprendendosi da quell’inverosimile corsa pensa: “Ehi ma secondo me siamo state tutto il tempo sotto quest’albero! E’ tutto è esattamente come prima!” Non sorprende così che il volo pindarico della fantasia di Alice sul quale si basa l’intero racconto, sia avvenuta proprio ai piedi di un simbolo cosmico come l’albero. Solo quando l’umano entra in contatto con la natura il viaggio iniziatico può dirsi compiuto.
L’intero complesso delle opere presentate dall’artista a Vicenza, Rovereto e Venezia richiamano l’arte concettuale degli anni ’60 dove l’oggetto artistico si smaterializzava confluendo nel suo significato e componendo una semplice parola o un concetto. In particolare l’uso dei neon nella produzione artistica della de Stefani, ricorda Joseph Kosuth quando dichiarò di aver cominciato a lavorare con il neon perché gli piaceva l’idea di usare un materiale impiegato per la pubblicità ma che poi era finito ad usarlo per le sue qualità tecniche in quanto il neon “ ha una fragilità che lo rende più simile alla scrittura. Non è permanente. Ha una diversa dimensione della permanenza”.               .Adolfina de Stefani seppur prendendo spunto dalle precedenti correnti artistiche (a partire dal surrealismo) che avevano riesumato la scrittura come espressione intima della psiche e dell’animo umani, se ne distanzia in quanto non è il contenuto della scrittura in sé che interessa l’artista, quanto le sue potenzialità plastiche ed estetiche.
Non a caso fonte d’ispirazione per Adolfina diventa proprio un’opera di non senso come i racconti di Carroll che evidenziano come la scrittura, il linguaggio non siano forme d’espressione universali ed assolute ma mutevoli ed ingannevoli.
Oltre lo specchio esistono infinite realtà diverse, dove l’impossibile diventa possibile svelando la vera natura delle cose. Tutte le convenzioni cessano di esistere e così è anche per la scrittura tant’è vero che il dialogo nei racconti di Carroll non avviene secondo un rapporto dialettico tra i rispettivi interlocutori.
Lo dimostra il fatto che le domande nel racconto spesso rimangono inevase e i personaggi sembrano parlare ognuno secondo la sua propria direzione e visione delle cose, le quali vanno prendendo le sembianze stesse delle parole.
La scrittura così diviene come una materia plastica e incandescente capace di plasmare il mondo in assoluta libertà. L’artista è affascinata da questa nuova bellezza etica ed estetica che scaturisce dai racconti di Carroll, dal suo mondo misterioso dove ai fiori, agli animali come agli scacchi e a tutte le altre cose vengono riconosciute pari identità e dignità che agli esseri umani.
L’arte nella de Stefani è in rapporto speculare con la vita e diviene lo specchio magico di Alice, nel quale si riflette l’umana realtà e attraverso il quale è possibile poi osservarla.

La conoscenza profonda della vita si ottiene con lo stesso meccanismo del libro dello Specchio, dove le parole invertite da destra a sinistra diventano comprensibili solo se lette attraverso lo specchio. Il viaggio della memoria che ripercorre nel verso contrario il tempo, sottintende l’artista, è un viaggio senza ritorno poiché il presente senza il passato non è nulla ed è solo nel passato che possiamo trovare il senso del presente, solo ingannando il rigore freddo e matematico della ragione c’è ancora speranza di salvezza per l’uomo.
L’artista nascondendosi dietro le lenti scure degli occhiali da sole appare assorta nei suoi pensieri, seduta su una panchina. Riflette sulle assurde superficialità della vita.
Ma appena vede Alice il suo sguardo s’illumina e così alzandosi prende per mano la bambina e sorridendo si avvia con lei oltre lo specchio ripercorrendo le caselle della sua personale esistenza.

“Mi hai svegliato da un sogno, oh! Così bello! E mi hai accompagnato… per tutto il mondo dello Specchio”

 Roberta Semeraro

opera
Scultura a cinque braccia I 2014
scritta
OH PUNG LEGS I 2014 opera al neon
cerchio-rosso
Opera al neon I 2014, diametro 100