Antonio Zago

Le opere che l’artista Antonio Zago presenta in questo percorso espositivo spaziano dalla pittura al segno, alla decorazione e dall’incontro in età giovane con l’arte del vetro soffiato caratteristica dell’ambiente veneziano.

Il titolo scelto per questa esposizione DALL’IMMAGINARIO ci porta a pensare che il nostro autore rinuncia fin dall’inizio a forme rigorose quali la figura ma si cimenta nella interpretazione del non reale. D’altronde Antonio Zago coglie appieno la lezione dell’inizio del novecento  e cioè ricerca attraverso il cromatismo le forme e le linee che lo riconducono ad esprimere concetti.

Le sue tele sono una stratificazione di segni e colori, riconducibili a sogni immaginari, a silenzi e percorsi dell’anima, sentimenti interiori dove la rappresentazione è estranea ad immagini reali ma rappresenta emozioni che l’artista riporta sulla tela, e che imprime i sui significati attraverso la gestualità, la materia e la sperimentazione.

 L’opera “l’albero delle tre bacche rosse” ne è una dimostrazione, ci troviamo di fronte ad un’opera che esce totalmente dalla visione reale dell’albero in quanto nella sua rappresentazione non esistono ne il colore,  ne le linee che compongono foglie o rami, ma l’immagine si presenta monocromatica l’uso quindi del bianco su un fondo nero, come il nero su fondo bianco eppure noi possiamo leggere in questo intreccio la forma astratta di un albero con una serie di segni molto materici che compongono una massa. L’aspetto che incuriosisce in questo dipinto sono le tre pennellate rosse che fuoriescono dalla massa bianca e nera, potrebbero essere bacche rosse come sottolineano il titolo ma penso che per l’artista abbia altri significati più intimi e forse dolorosi. Questo è l’aspetto più interessante nella pittura astratta, proprio la nostra difficoltà di penetrare nel pensiero profondo dell’animo dell’autore, ma suggerisce un percorso personale e ad una interpretazione legata alle proprie esperienze emozionali.

In “Cattedrale” l’immagine astratta del dipinto ci riconduce in una Venezia molto cara al pittore in quanto la città lagunare è il luogo per eccellenza per le sperimentazioni artistiche dove l’artista ha potuto sperimentare tecniche nuove e la creazione di opere in vetro.

Antonio Zago nasce a Bovolenta (PD) nel 44 dove vive e lavora. E’ autodidatta. Dipinge da quando era giovanissimo, sempre alla ricerca di nuove espressioni pittoriche, studiando i grandi maestri dell’informale: de Cooning, Pollock,  Rothko, Afro, Tancredi  e Parmeggiani.

Nel 1982 con altri cinque artisti veneti, ho fondato il gruppo pittorico, artistico, culturale ” La Matita”, curato dal critico padovano Giorgio Segato, scomparso alcuni anni fa, esponendo in gallerie pubbliche e private sia in Italia che all’estero.

Dal 1992, ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla pittura, grazie anche all’amorevole appoggio di sua moglie Mirella.

Successivamente, con coerenza e disciplina,  ha dipinto paesaggi, tramonti, fiori, uccelli e in particolare le nuvole che nel continuo emigrare del loro dissolversi, sono fonte di ispirazione, come lo furono per molti altri artisti, come l’osservazione delle chiome degli alberi, negli spazi vuoti disegnati dalle foglie, mentre dialogano, tremolando, tra i rami.

La “sua” pittura  l’ha scoperta leggendo fra le pareti di una piccola stanza o in spazi aperti dove l’occhio non vede limite, camminando sotto portici antichi, tra graffi e imbrattature, riconoscendo in quei segni istintivi, primordiali, le tracce di esistenze irrequiete, che si specchiano nel suo inconscio. Esistenze che lo appartengono.

Tracce e segni, che, come geroglifici del contemporaneo, diventino sulla tela immagini sottratte all’arte figurativa, che incarnano, il processo creativo, l’essenza e l’anima della pittura informale.

Da destrimano per educazione, forza l’uso della mano sinistra, la mano irrazionale, a dipingere il caos, per poi trovare ordine e sviluppo tramite l’atto del  raschiare: la tela, diventata muro intonacato da pigmenti ad olio, su diversi piani, i quali liberano luce viva dal colore e raccontano silenzi germinativi, trasformando il grattage nell’essenza surrealista del suo inconscio.